Insegnare è prima di tutto essere se stessi

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A seguito del 5 ottobre, giornata mondiale dedicata agli insegnanti, una riflessione sull’insegnamento da parte di un’aspirante insegnante che mai vorrà smettere di imparare

Chi siamo noi, se non individui obbligati alla cultura, a studiare, ad andare a scuola o all’università pur di poter esercitare la professione che desideriamo o in cui speriamo? È pur vero, ma a volte l’obbligo non solo può diventare un piacere ma anche una necessità per la formazione della nostra persona.

Molti si annoiano nell’andare a scuola o all’università o di tali istituzioni considerano soltanto gli aspetti più ludici e superficiali, senza vedere davvero quanto in realtà essi stessi siano intorpiditi da un lungo sonno da cui potrebbero, se lo volessero, risvegliarsi.
Sono proprio gli insegnanti a risvegliare i ragazzi da quello sguardo dormiente che si trascinano dietro ogni mattina, sono gli insegnanti a leggere dentro di loro per comprendere quali siano le ragioni del loro smarrimento. A volte sembra che i ragazzi non ascoltino, e poi si scopre che invece avevano prestato attenzione ma non avevano trovato se stessi in quella manciata di ore di lezione e allora si erano dimostrati disinteressati.

Il disinteresse, se presente, contrariamente a quanto si usa pensare, non sta in alcuni allievi ma in alcuni insegnanti, o figure che si credono tali solo perché sono inseriti in una graduatoria di una determinata fascia.
Non dobbiamo prendercela con i ragazzi se sono svogliati e caparbi: basta addentrarsi anche parzialmente in un clima di una classe per qualche giorno e si può già capire, sedendo accanto a un insegnante, se e quanto quest’ultimo ami il proprio lavoro e voglia comprendere i propri allievi, perché è da lì che dipende tutto.
Ho visto studenti, e tra questi anche io mi trovavo, che urlavano in silenzio in disperata ricerca di essere compresi. Forse perchè la scuola è un vortice complesso di abitudini da cui non si sfugge, e chissà che altri meccanismi noi diamo per scontati. La cosa certa è che gli studenti sono disinteressati finchè non c’è qualcuno che li abbracci con le proprie parole e con la propria presenza. I ragazzi non hanno bisogno d’altro.

Se un insegnante entra in classe con lo sguardo spento e parlando come se stesse facendo la telecronaca di un evento molto doloroso a cui ci si approccia freddamente, come si usa nei telegiornali, inviterà i ragazzi a fare lo stesso, ovvero ad essere indifferenti, muti verso il mondo, inespressivi. La scuola però non vuole questo: certo è un eccesso, seppur reale, nella mia argomentazione. Poniamo però di avere davanti a noi un insegnante, per così dire, diligente: entra, spiega l’argomento che si è prefissato di svolgere, assegna i compiti ed esce dall’aula. Nulla di più. Direte: che c’è di male? C’è di male che non c’è nulla in quella lezione che i ragazzi ricorderanno, nulla di nulla. E nella vita saranno macchine che sorrideranno a forza, eseguendo le richieste senza conoscerne il senso.
Neppure questo vuole la scuola.

La scuola avrebbe bisogno di soli insegnanti che entrano in classe, non in aula. Insegnanti che entrino nel cuore della classe e delle relative problematiche, non nella stanza che porta all’ingresso il cartellino con una convenzionale denominazione che ogni anno varia. Gli insegnanti che entrano in classe però, purtroppo tocca ammetterlo, sono sempre più rari.

Quando un insegnante si presenta per la prima volta ai suoi allievi, gli studenti non temono che l’insegnante sia terribile ma hanno paura che non sia quello più capace a comprendere le loro esigenze. Solo che esternare una tale incertezza li fa sembrare stupidi, e allora i ragazzi dicono di temere l’insegnante. In realtà temono che non sia come loro lo vorrebbero. Chissà perché fa così strano sentirlo, chissà perché tutti hanno bisogno di nascondere la necessità che si prova almeno una volta nella vita di affidarsi a un insegnante nei momenti di difficoltà, di ripensare alle sue parole, al suo modo di agire, e poi agire di conseguenza! Non sono insegnanti tutti coloro che si definiscono professionalmente come tali, ma sono insegnanti coloro ai quali ci si può appigliare quando non si può domandare a nessun altro perché nella vita spesso il clima sia così freddo ed estraneo.
Gli allievi hanno in sé tante domande, ma senza un vero insegnante rimangono punti interrogativi che vagano senza meta, inespressi e spaventati.
Non abbiamo ragazzi disinteressati, ma disponiamo di pochi insegnanti appassionati, troppo rari per la quantità di voci che spingono nei petti per essere ascoltate.

Ecco perché, quando si insegna, bisogna porre accortezza nel farlo.
Una parola, un gesto, uno sguardo o un sorriso possono essere decisivi per qualcuno di loro, loro che si stanno affidando a una figura in cui cercano di riconoscersi, vogliosi di sapere cosa sia il futuro, che cosa li aspetti là fuori, che cosa voglia dire vivere.
Non chiederanno mai di rispiegare loro una traduzione o un’equazione, fin lì sanno come fare, ma proprio in quel momento il compito dell’insegnante si vivifica: al docente sta l’ardua impresa meravigliosa che consiste nella spiegazione del perché serva proprio quella traduzione o quell’equazione per crescere, ed è una spiegazione che può avvenire, come direbbe Tucidide, solo con i fatti e non con le parole. Loro subito non capiranno, staranno a guardare mentre l’insegnante cercherà di dimostrare che un giorno tutto questo servirà.
Da lì sta agli insegnanti. Gli allievi credono alle loro parole ma vogliono vedere i fatti concreti e li mettono alla prova. E non li sfidano a suon di traduzioni o equazioni, no no. Chiederanno di essere presenti, di infondere coraggio, di saper vivere, di comprendere e ascoltare, di prenderli per mano finché è loro possibile. Non sono azioni il cui procedimento si può apprendere dai libri di scuola: questo è certo. Spesso è l’esperienza ciò che va trasmesso, al momento giusto e nella maniera giusta. E solo rari insegnanti, a malincuore tocca affermarlo, ne sono consapevoli.

L’immenso valore di un vero insegnante, quello che ci permette di non dimenticarcene, è quello umano. Un buon insegnante non spiega le nozioni, assegna i compiti e esce dall’aula tornando se stesso. In aula non si recita: i ragazzi si nutrono della passione che risiede nell’animo di chi trasmette il sapere, e ascoltano se ne vale la pena, non perché li si implori o minacci di punirli.
E soprattutto, i migliori insegnanti sono tali anche fuori dalla classe. Soprattutto fuori, quando non hanno più il dovere di insegnarti qualcosa, quando nessuna istituzione o obbligo li lega a te ma vogliono e riescono ad esserti accanto lo stesso nel difficile cammino della vita.

Sarà proprio in quel momento che ti avranno insegnato davvero, come mai prima.

Dopo essermi diplomata al liceo classico Jacopo Stellini di Udine, proseguo lo studio dell'antichità con grande passione: infatti mi sono laureata alla triennale in Lettere classiche presso l'Università degli Studi di Udine con una tesi in Papirologia e sto continuando il percorso con il corso di laurea magistrale in Filologia, letteratura e tradizione classica presso l'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna. Il mio sogno è quello di diventare un'insegnante di italiano, storia, geografia, latino e greco: nel frattempo dall'8 novembre 2016, a seguito di 75 ore di tirocinio formativo, insegno privatamente le discipline classiche ai ragazzi della scuola secondaria di secondo grado. La mia passione è sempre stata quella della scrittura e ultimamente sto riscontrando grande soddisfazione in questa attività: recentemente infatti quattro tra i miei racconti sono stati selezionati dalla casa editrice Historica Edizioni e pubblicati, uno nell'antologia Racconti friulano-giuliani (2018), l'altro nella raccolta di Racconti Storici (2018), l'altro ancora nell'antologia della V edizione del Concorso Nazionale Cultora (2018) e l'ultimo nella seconda antologia dei Racconti friulano-giuliani (2019). In contemporanea, da molti anni canto in diversi Cori di alto valore artistico, attualmente nel Coro Giovanile Regionale del Friuli Venezia Giulia (dal 30 settembre 2016) e precedentemente (settembre 2017 - settembre 2018) nel Gruppo Vocale Vikra di Trieste, entrambi diretti da Petra Grassi, gruppi con cui ho partecipato a diverse iniziative di vari livelli, dal regionale all'internazionale. Sono stata inoltre selezionata come soprano per EuroChoir (Coro Giovanile Europeo) per la sessione 2018 a Helsinki e Tallinn, sotto la direzione di Mikko Sidoroff (Finlandia) e Maria van Nieukerken (Paesi Bassi). Ho partecipato per sei volte al Festival di Primavera a Montecatini Terme, dal 2011 al 2015 con il Coro del Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine e nel 2017 con il Coro Giovanile Regionale del Friuli Venezia Giulia in occasione di Officina Corale del Futuro. Nel maggio 2019 ho preso parte attivamente al festival Singing Brussels a Bruxelles assieme a BEvocaL (Coro Giovanile Nazionale Belga) e il rinomato gruppo vocale britannico VOCES8. Ho studiato canto e tecnica vocale con i soprani Mara Corazza (Villa Vicentina) e Ilaria Zanetti (Trieste) e in seguito canto moderno presso la scuola di musica Music Art di Udine sotto la guida di Chiara Tricarico. Sono fondatrice e attuale amministratrice di tre pagine Facebook, tra cui Noi classicisti, una piattaforma di enorme successo, dato il più che positivo riscontro ricavatone. Inoltre mi impegno a scrivere anche sulla piattaforma Wattpad. Ho collaborato con la sezione Scuola del Messaggero Veneto, la rivista regionale Choralia, la rivista nazionale Choraliter e il celebre blog triestino OperaClick. Ho preso parte inoltre a una puntata radiofonica di Choralia on air. Sono parte del consiglio direttivo del Coro Giovanile Regionale del Friuli Venezia Giulia e responsabile della promozione dell'immagine di quest'ultimo sulle piattaforme social, in particolare Facebook. Sono appassionata alla vita, entusiasta e determinata: cercherò di trasmettervi tutto questo attraverso le mie parole con uno stile narrativo quanto più originale e innovativo.