Avendo una matrice culturale cattolica, sono sempre stato affascinato da Dio, figura costantemente presente nella mia infanzia e adolescenza. Ho avuto anche un periodo di profondo e intenso ateismo, negando completamente la sua esistenza e la retorica attorno ad Egli, ritenendo infondata l’idea di un essere superiore onnipotente e onnipresente, motivato nonostante ciò da desideri umani, come l’amore e il superamento della solitudine. Magari le motivazioni non sono propriamente quelle, ma forse è il caso di riconsiderare l’esistenza di Dio su un piano prettamente razionale, per superare il radicalismo dei non credenti.

Negli scorsi decenni l’informatica ha abbracciato la simulazione a livelli estremamente avanzati, che permette di elaborare scenari altamente complessi di condizioni fisiche. Significa che se prima era prettamente necessario, per simulare uno scenario complesso come può essere la resistenza di un’autovettura o un’imbarcazione, era necessario sviluppare un modello in scala con dei sensori. Invece, col progresso informatico, è stato possibile produrre simulazioni più efficienti in termini di tempistiche e risorse. Pensiamo adesso alle esplorazioni, ovvero alla raccolta di nuove informazioni riguardanti altri continenti e, da qualche decennio, altri pianeti. Lo scopo è quello di raccogliere informazioni capaci di migliorare il sapere di un popolo, e il sapere può produrre progresso tecnologico.
La domanda è semplice e la risposta è banale: vogliamo acquisire sapere da altri popoli e territori? Naturalmente sì. E ora arriva una domanda ancora più semplice e dalla medesima risposta: vogliamo farlo nel modo meno oneroso possibile?
Se avessimo le capacità tecnologiche per farlo, simuleremmo un universo domani stesso. Creare una simulazione capace di emulare le proprietà biologiche e fisiche, con un processo di machine learning comparabile all’evoluzione ci risulta impensabile, e qualsiasi data analyst scoppierebbe a ridere pensando alla mole di dati che verrebbe prodotta e da smistare. Eppure è quello che stiamo facendo. Ogni anno vengono prodotte centinaia di migliaia di formule matematiche che toccano ogni aspetto della realtà che conosciamo, sviluppiamo quotidianamente reti neurali, mentre il tempo libero lo spendiamo con dei videogiochi capaci di emulare uno sparo e una ferita da armi da fuoco.
Possiamo creare un modello realistico di corpo umano, fornirgli un’intelligenza artificiale capace di riconoscere 300 oggetti (quanti ne conosce un bambino di 3 anni, per intenderci) e permettergli di imparare altro riconoscendo pattern. Tutto questo mentre qualche secolo fa pensavamo di poter creare un essere umanoide mettendo dello sperma in un uovo di gallina.

Quello che noi chiamiamo Dio, possiamo immaginarlo come un team di informatici, con dei computer incredibilmente avanzati, intenti a simulare uno o più universi con lo scopo di acquisire sapere, con un complessissimo sistema di data mining capace di riconoscere, raccogliere e smistare le informazioni ottenute. Realizzare una cosa simile significherebbe avere una fonte immensa di opere artistiche e di intrattenimento, nonché tecnologiche. Non è detta che una civiltà avanzata in un campo, come quello informatico, lo sia anche in tutti gli altri, potrebbe trarre beneficio dal nostro motore diesel, o da alcuni modelli di business e organizzativi. Ogni civiltà ha tantissimo da offrire e può essere avanzata in campi che magari noi nemmeno concepiamo. Basti pensare all’impero Bizantino, autentico erede dell’impero romano, schiacciato dal suo modello governativo centralizzato, in contrasto col ben più elastico modello veneziano, esempio empirico che potrebbe risultare estremamente utile.
Pensiamo poi ai miracoli, ovvero l’intervento divino vero e proprio per indirizzare un gruppo sociale verso una determinata reazione. In questo caso, in un contesto evolutivo, i creazionisti potrebbero dire che l’uomo è il risultato di un intervento specifico del team di sviluppo nell’intento di ottenere un risultato specifico, come può essere una forma di vita con caratteristiche simili a quelle utili alla ricerca o, al contrario, una completamente diversa per ottenere un output alternativo. Il “Dio che si è fatto carne” potrebbe risultare un’azione specifica per indirizzare lo studio verso una direzione desiderata o come mero esperimento sociologico.
In questa visione, il senso della vita dei singoli individui sarebbe chiaro: produrre qualcosa di utile. Non importa cosa, l’importante è offrire ai propri creatori un pensiero, una tecnologia, un risultato capace di fornire un miglioramento della loro vite. Se questo fosse lo scopo della nostra esistenza, avrebbe senso anche la vita dopo la morte, magari permettendo ai grandi della storia di ritrovarsi assieme al fine di produrre ulteriori pensieri e idee grazie ad un immenso brainstorm.

Se tutto questo fosse vero, gli individui dovrebbero cercare di maturare le proprie passioni e interessi, cercare di sviluppare le competenze in possesso e dare qualcosa, anche apparentemente minuscolo, al contesto di cui si sentono parte e se stessi.