Da poco sono usciti i dati ISTAT riguardanti il calo demografico italiano (tendenza già riscontrabile da qualche trimestre). Si tratta di un evidente problema per la finanza pubblica, in quanto una struttura organizzativa e di erogazione di servizi necessita di entrate costanti, non troppo diversamente da un’azienda privata, ma col gettito fiscale al posto del fatturato. Molti servizi si possono digitalizzare, la sanità può aumentare la presenza privata e l’istruzione, anche in quel caso, si può rimodellare in qualche modo sicuramente noto agli esperti del settore, categoria di cui non faccio parte. Ma l’INPS sì.
L’INPS si occupa dell’erogazione di prestazioni inerenti al welfare italiano, in primo luogo quelle pensionistiche per gli anziani. I fondi pensionistici, in generale, funzionano in modo molto semplice: si versa parte del proprio denaro all’istituto previdenziale in questione, questo lo utilizza per effettuare investimenti a basso rischio e di lungo respiro, infine il denaro investito viene restituito al risparmiatore/piccolo investitore dopo decenni con erogazioni periodiche. Peccato che l’INPS non funzioni così.
Infatti, il sistema pensionistico pubblico italiano si basa sul modello a ripartizione, ovvero le entrate dell’anno in corso vanno a pagare le uscite dell’anno in corso. I risparmi dei lavoratori non entrano in un “salvadanaio” apribile una volta impossibilitati a lavorare per conseguenza dell’età avanzata, ma vengono distribuiti a chi attualmente è in pensione, e in cambio i lavoratori maturano dei crediti verso l’istituto. Crediti senza una copertura presente in cassa.
Questo meccanismo richiede una intensa rigidità, pertanto la libertà del lavoratore di smettere la propria attività quando vuole viene meno per necessità pratiche dell’istituto in questione, e non vi sono alternative vere e proprie a ciò. Nonostante l’introduzione di appositi meccanismi come l’APE, l’elasticità previdenziale resta limitata, e non può che essere così.
In questo articolo, fino ad ora, non si è menzionata nemmeno una volta la parola “tassa” o simili, per un motivo molto semplice: non si parla di un prelievo fiscale, bensì di risparmio forzoso. Ciò significa che lo Stato, in teoria, chiede al lavoratore di depositare il proprio denaro in un fondo vincolato gestito da una società che, in futuro, utilizzerà quel risparmio per erogare un servizio a suo vantaggio. Forse è pure peggio.
Si chiede letteralmente ai cittadini di depositare il proprio denaro in un fondo pensionistico a rischio insolvibilità a causa della premessa iniziale, ovvero che se cala il numero di lavoratori che versano i contributi cala anche la liquidità dell’istituto, e se cala la liquidità aumenta il rischio. Lo stesso Boeri ha parlato per anni della necessità dell’immigrazione regolare per aumentare la forza lavoro futura e pagare le pensioni, ma questo parere contabilmente corretto è stato liquidato come “politico”, e in Italia il dibattito pubblico mainstream pare disinteressato al fatto che si obbligano milioni di persone a investire parte del proprio reddito in uno schema proto-Ponzi, che poteva risultare credibile solo con l’enorme crescita demografica degli scorsi secoli ma che oggi si dimostra assolutamente inadatto.
La soluzione, banalmente, sarebbe quella di aumentare la liquidità in mano all’INPS al fine di avere le risorse per lo sviluppo di un sistema previdenziale misto, un processo che richiederebbe decenni ma che ridurrebbe il rischio di insolvibilità. I modi per aumentare la liquidità sono diversi, ma solo uno è auspicabile. Si potrebbe chiedere ai lavoratori di versare più contributi, ma questo ridurrebbe il loro denaro disponibile, con una inevitabile contrazione dei consumi. Si potrebbero aumentare le erogazioni statali all’INPS, sperando che avvenga a seguito di una spending review anziché un aumento del prelievo fiscale (o deficit, ma generando debito pubblico rientra senza problemi nel prelievo fiscale, futuro ma pur sempre prelievo fiscale) che riduce, anche in questo caso, i consumi.
L’ultima alternativa è una crescita economica sostenuta e naturale, capitanata dal mercato, affinché aumentino i contributi in modo costante.
La situazione attuale, però, è differente. La crescita è stagnante, a causa di una serie di fattori strutturali immutabili del nostro paese (dimensione delle imprese, evasione fiscale che comprime l’innovazione, pressione fiscale, Mezzogiorno) e altri mutabili ma altrettanto costanti (burocrazia, procedure legali lente, processo legislativo inefficiente, centralizzazione), per tanto anche quella strada è poco percorribile.
Non è credibile che l’INPS possa reggersi in condizioni simili, e ciò comporta l’insolvibilità. Naturalmente lo Stato potrebbe garantire i creditori dell’INPS, ma ne è davvero in grado?

Arriviamo al punto. Lo Stato italiano, per permettere a qualcuno di svolgere una attività regolarmente sul suo territorio, impone ai lavoratori il risparmio forzoso di una parte del reddito, ma anziché lasciare la possibilità di allocare quel capitale a dei fondi pensionistici d’investimento a basso rischio, costringe tali individui a versare una parte importante del loro reddito annuo in un istituto a grave rischio di insolvenza e con unico garante un ente altrettanto a rischio. In questa situazione lavorare in nero non può in alcun modo considerarsi moralmente sbagliato. Nonostante ciò, in rispetto della legalità, non ne incentivo in alcun modo la pratica, e propongo invece soluzioni alternative.
Per chi lavora da anni in Italia e ha un reddito basso posso solo augurare che ciò che penso sia infondato, mentre a chi si trova in condizioni economiche migliori consiglio di affiancare ai contributi INPS anche una quota di reddito da depositare in un fondo pensionistico privato. Per chi è appena entrato nel mercato del lavoro ed è ben formato per le competenze richieste dal mercato, consiglio di informarsi sia sugli stipendi che sul welfare aziendale presente in una eventuale impresa in fase di assunzioni.
Se sei giovane, con una formazione inadeguata ad avere un salario alto o ad essere inserito in un’impresa di grosse dimensioni, ti consiglio di emigrare.