Da sempre l’uomo si interroga sulla morte, ed essa costituisce una delle paure più grandi insieme al nulla. Così negli anni cerchiamo sempre più metodi per protrarre più a lungo la nostra vita, ma rimaniamo ancora esseri mortali. Essendo noi finiti cerchiamo di lasciare nel mondo qualcosa che ci sopravviva che possa continuare a portare avanti la nostra identità.
«Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia ove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà’ l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi si sia là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, finché si cambia qualche cosa da ciò che era prima che la si toccasse in qualcos’altro che è come noi dopo che la nostra mano se ne è staccata. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita».
Fahrenheit 451, Bradbury
«Il compito e la potenziale grandezza dei mortali sta nella loro capacità di produrre cose: opere,azioni e parole, che potrebbero essere e che almeno fino a un certo punto sono degne di eternità, così che grazie a esse i mortali possano trovare posto in un cosmo dove tutto è immortale tranne loro stessi. Grazie alla loro capacità di compiere cose immortali e di lasciarsi alle spalle tracce imperiture, gli uomini, nonostante la mortalità individuale, conseguono essi stessi un’immortalità e rivelano una natura “divina”».
Victa activa, Hannah Arendt
L’uomo dunque attraverso le proprie opere cerca di lasciare qualcosa che gli sopravviva, ma come ci spiega Arendt in seguito nella sua opera non è sufficiente creare qualcosa, ma bisogna fare in modo che essa sopravviva alla memoria. Questo sarebbe possibile solo nel caso in cui si verifichino tre condizioni: l’esposizione al pubblico, la tangibilità dell’oggetto che deve sopravvivere alle influenze del tempo, e una comunicazione efficace.
A questo punto ci chiediamo come possa avvenire una comunicazione efficace. Tra i primi studiosi di comunicazioni troviamo le figure di Shannon e Weaver che crearono un modello matematico della comunicazione, che potremmo riconoscere come modello base.

Secondo questi studiosi affinché la comunicazione possa essere efficace bisogna trovare un canale poco soggetto a rumore, codificare il messaggio in modo chiaro e soprattutto avere un codice il più comune possibile tra mittente e destinatario.
In merito si esprimono due filosofi del Novecento italiano Benedetto Croce e Giovanni Gentile, entrambi appartenenti alla corrente Neoidealistica, ed entrambi studiosi di Estetica. I due filosofi si scontrarono spesso su questo argomento nelle loro vite ma dal “Breviario di Estetica di Croce” e la “Filosofia dell’arte di Gentile” troviamo per quanto riguarda la comunicazione dell’opera un punto di incontro.
Infatti secondo entrambi i filosofi l’arte si comporrebbe di un sentimento universale e di un sentimento particolare. Il sentimento Universale è un sentimento che fa parte dello Spirito del mondo, ossia quel qualcosa che accomuna tutti gli esseri del mondo e quindi anche tutti gli uomini, quella parte dello spirito presente in ognuno di noi. Questo stesso sentimento è inoltre così grande che spinge l’artista alla creazione dell’opera, in cui, grazie al momento della contemplazione e del pensiero che avviene nella realizzazione, è presente lo Spirito stesso. Questo sentimento diventa il codice comunemente condiviso da tutti gli uomini a prescindere dalle loro diversità storico politiche sociali culturali, e che quindi è in grado di comunicare a tutti.
Invece il sentimento particolare è il filtro della personalità dell’individuo che ha contemplato lo spirito, e che attraverso la sua particolare persona cerca di esprimerlo. Questo elemento è ciò che distingue un’opera da un’altra è ciò che le permette di essere originale. Nello schema di Shannon e Weaver potrebbe essere identificato come il rumore, ossia in realtà un elemento di disturbo della comunicazione; in realtà è grazie a questo se la comunicazione diviene unica e memorabile altrimenti sarebbe identica e infruttuosa. L’originalità dell’opera fa si che ci sia una bidirezionalità della comunicazione tra mittente e destinatario continua, creando discussione e riflessione sull’opera. Inoltre fa sì che il messaggio possa essere interpretato differentemente a seconda della personalità di ogni individuo adattandosi così al suo essere.
L’arte così grazie alle sue proprietà di esposizione al pubblico, di essere composta da materiali che durano nel tempo, e della sua comunicazione unica ed efficace, composta contemporaneamente da la massima comunanza tra gli uomini e la massima diversità, diviene immortale nel tempo e forse per estensione anche l’artista. L’arte può essere la pozione per l’immortalità.