Another brick in the wall (Part 2) è uno dei brani di maggior successo dei Pink Floyd, uscito per la prima volta nel 1979. Ma non solo: dietro al ritmo graffiante delle chitarre – che hanno consacrato il gruppo come uno dei pilastri del rock ‘n roll – si cela una potente denuncia sociale al sistema scolastico e lavorativo dell’Inghilterra degli anni ‘70.

I Pink Floyd sono uno di quei gruppi che solitamente non ha bisogno di un’introduzione, perché se ne è sentito parlare almeno una volta nella propria vita, volenti o nolenti. Eppure, persino i pilastri necessitano di una base, di un terreno su cui poggiare e quindi procederemo con la stesura di un piccolo biglietto da visita anche per loro. La band nasce nel 1965, dall’incontro dello studente di pittura Roger Keith Barrett (per tutti Syd) con Roger Waters, studente di architettura e già chitarrista in un gruppo dal nome altisonante (Sigma 6, T-Set, Meggadeaths, Abdabs) nella quale suonavano anche altri due futuri membri dei Pink Floyd: Nick Mason e Rick Wright. Il nome viene scelto da Barrett, ed è il connubio dei nomi di battesimo di due famosi bluesmen americani, Pink Anderson e Floyd Council.
Non poco tempo dopo, nel 1968, la formazione iniziale viene bruscamente capovolta a causa dell’uscita dal gruppo del membro fondatore Syd Barrett che – anche a causa dell’uso smodato di acidi e droghe – aveva iniziato a manifestare pesanti sindromi nevrotiche, con una diagnosi finale che si avvicinava molto alla schizofrenia. In tali condizioni era, quindi, impossibile per il gruppo continuare a lavorare. Al suo posto entrerà nella band David Gilmour e vi rimarrà fino allo scioglimento, dando un contributo fondamentale alla successiva produzione artistica del gruppo, specialmente nell’album che tra poco andremo ad analizzare.
Il gruppo si scioglierà, definitivamente, nel 1995.
L’album

The Wall, pubblicato nel 1979, è l’undicesimo album in studio del gruppo rock. Ma definirlo semplicemente “album” sarebbe alquanto riduttivo dal momento che si tratta di una produzione artistica a 360°. Tutto è stato curato nei minimi dettagli a partire dalla storia dietro l’album, le scenografie da mostrare nei live ed infine dal film che ne è stato tratto.
Colui che ci accompagna durante tutto l’ascolto è una rockstar di nome Pink, personaggio fittizio ispirato principalmente a Rogers Waters, ma in parte anche all’ex componente Syd Barrett. Le vicende di Pink vengono seguite attentamente, dalla prima infanzia al crollo mentale avuto da adulto a causa di una serie di traumi mai superati: la morte del padre in guerra durante i suoi primi mesi di vita, la disumanizzante e spersonalizzante educazione ricevuta durante gli anni scolastici, l’iperprotettività della madre, l’alienante vita da rockstar, le grottesche avance delle groupies ed infine i tradimenti della moglie, seguiti dal divorzio. Tutto questo ha portato il protagonista a costruire attorno a sé un muro psicologico di solitudine ed alienazione dal resto del mondo, dove la difficoltà di comunicazione e la sofferenza regnano sovrane, portandolo ai limiti della follia. In chiave musicale questo viene interpretato con un climax ascendente che raggiunge il suo apice nel psichedelico capolavoro Comfortably Numb. Qui Pink, poco prima di essere ricoverato per overdose, è assuefatto dalla dolce illusione del mondo paradisiaco costruito dalla droga e vorrebbe soltanto rimanervi per sempre.
The Wall è stato, allo stesso tempo, il manico ed il coltello dei Pink Floyd. L’album che ha consacrato il loro successo, ma che – allo stesso tempo – ha segnato la vetta di un traguardo che si può raggiungere solo una volta nella propria vita, dopo del quale si è inevitabilmente costretti a retrocedere. E così, anche per loro, è stato.
Una mirata critica al sistema scolastico inglese

Per capire bene il significato ed il contesto di Another brick in the wall è necessario fare un piccolo salto indietro nel tempo e spiegare meglio l’epoca storica in cui viene inserita. L’impatto distruttivo della seconda guerra mondiale e l’aumentata natalità nel dopoguerra avevano alzato di non poco il tasso di analfabetizzazione. Era quindi necessario ristabilire “l’ordine sociale” introducendo delle riforme per quanto riguardava il sistema scolastico. L’Education Act, datato 1944, conosciuto anche come Butler Act, introdusse la tripartizione del percorso educativo (e del sistema di istruzione secondario), l’estensione dell’obbligo a 15 anni, l’edificazione di nuovi quartieri con il risultato della costruzione di più di 5.000 nuove scuole, dal ’46 al ’58.

Gli anni Settanta in particolare furono caratterizzati da una prevalenza ideale e politica dei principi di eguaglianza, progresso e liberalità, portando alla totale perdita di valori come individualità e creatività. Inoltre la figura dell’insegnante venne dotata di un potere smisurato, arrivando a poter agire anche con punizioni fisiche non lievi, come si può vedere anche in una delle scene del video della canzone. I maestri diventano quindi dei macellai che macinano le menti dei loro alunni nell’edificio scolastico diventato ormai un gigantesco tritacarne.
Beyond the lyrics
L’incipit è sicuramente una delle frasi più famose della canzone: “We don’t need no education“, non abbiamo bisogno di questo tipo di istruzione, poiché è solamente nociva. Molto interessante evidenziare la tecnica linguistica utilizzata, ovvero quella della doppia negazione. “Non abbiamo bisogno di nessuna educazione” non sta, infatti, a significare che la scuola sia inutile. Bensì essa va letta come “abbiamo bisogno di un’educazione“, che non sia imposta, che non sia l’ennesimo macello di menti di un’intera generazione. L’educazione cui si faceva riferimento prima era quella corrispondente al controllo mentale, quello necessario a rendere i ragazzini completamente nudi ed inermi, spogliati delle armi di pensiero con le quali reagire al sistema abilmente costituito da chi sta sopra di loro, gli adulti.
Nel video si vede chiaramente che i ragazzini sono costretti a camminare attraverso un labirinto di muri, con delle maschere addosso. Tutti fanno la stessa cosa, ma la fanno da soli poiché non sono in grado di guardarsi attorno. Questo per evidenziare come lo scopo principale di questo sistema era quello di creare divisione e disunione, solo in questo modo sarà possibile una totale manipolazione dell’individuo. Ed è proprio in questo momento che arriva l’urlo, una sorta di comando con intento liberatorio: “Hey, teacher, leave them kids alone!” “Hey, maestri, lasciate in pace i bambini!”. L’espressione provocatoria Hey è totalmente informale e venendo rivolta ad un’autorità, l’insegnante, è simbolo di rottura e segna un punto di svolta all’interno del testo. Gli alunni si sono tolti le maschere, si sono accorti di cosa stava accadendo loro e hanno deciso che era giunto il momento di mettere in pratica il detto “L’unione fa la forza”.
Infine, la canzone si chiude con il ritornello, che è anche la frase più famosa della canzone “All in all you’re just another brick in the wall“, “Tutto sommato siete solo un altro mattone sul muro“. In Another brick in the wall il ruolo del costruttore è chiaro: sono i maestri e gli educatori i quali trasformano ogni alunno nel mattone che serve per costruire un muro sempre più alto e resistente tra due generazioni che non riusciranno più a comunicare. Viene a crearsi una gerarchia generazionale insormontabile, dove il ruolo del prevaricatore è chiaro agli occhi di tutti.
Back to the future – trent’anni dopo: Teenagers, My Chemical Romance
Another brick in the wall è un pezzo estremamente malleabile, che tratta tematiche non poi così distanti dalla nostra quotidianità. Una canzone senza tempo, che va perfettamente a tempo, nel tempo in cui viene inserita. Come se ogni epoca avesse un proprio muro da costruire – e poi distruggere – proprie menti da plasmare e dalla cui forma mentis, poi, ci si dovrà liberare.

Circa trent’anni dopo, nel 2006, lo hanno spiegato chiaramente i My Chemical Romance (gruppo emo-rock fondato da Gerard Way, nei primi anni 2000) nella canzone Teenagers. Ecco come viviamo una sorta di deja-vù, dove gli adolescenti si trovano nuovamente oppressi non più dalle imposizioni di un sistema scolastico troppo rigido ma da una società che propone, attraverso la televisione e il mondo social, un modello di omologazione e conformismo dove i prevaricatori, in questo caso, sono i social network stessi e le aziende che stanno dietro di essi.
Ci vogliono tutti uguali e tutti ugualmente ignoranti, solo così potranno controllarci: “They’re gonna clean up your looks, with all the lies in the book“.