Lettera ad un bambino mai nato è forse uno dei libri che ha segnato maggiormente l’epoca contemporanea, aprendo numerosi dibattiti sul tema della donna e la sua libertà, un punto molto delicato oggi come allora. La Fallaci però precisa: non lo scrisse con l’intento di attribuirsi una posizione in merito al tema, consapevole del fatto che sarebbe stata duramente attaccata da chi condivideva la mentalità dell’epoca. Il suo obiettivo non è mai stato prendere una posizione in argomenti di bioetica, ma cercare di spiegare cosa prova una donna nubile che si accorge di essere incinta negli anni ’70 – un’epoca in cui crescere un figlio senza un marito accanto non era ben visto dalla società. Ecco anche spiegato perché impiegò così tanto tempo per dare alla luce questo capolavoro.

La Fallaci tocca con estrema delicatezza tutti gli stati d’animo che prova la donna in questione, e a primo acchito, poiché parla in prima persona, sembrerebbe che la storia sia autobiografica. Ma dalle interviste da lei rilasciate all’epoca arrivò la smentita: non è lei la protagonista, bensì una donna di sua conoscenza, sono sue solo le emozioni e i pensieri che catapulta nel complesso ecosistema che racchiude l’essenza della donna e del suo bambino. La vedremo piangere, ridere, raccontare fiabe a questo bambino. La vedremo arrabbiarsi, ribellarsi, contrirsi per una situazione che non ha scelto, quasi fosse una punizione per aver amato un uomo. Si contraddirà spesso nel dire che la vita è difficile ma al tempo stesso meravigliosa e degna di essere vissuta; che siamo soli, ma essendo animali sociali abbiamo bisogno di solidarietà, comunità e amore nella vita. Un amore che fino alla fine non saprà dire cos’è: potrà solo ipotizzare che è quello che prova per questo inatteso sconosciuto di cui non conosce che le immagini ecografiche.
Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra
Nel suo percorso la accompagneremo in momenti di estrema solitudine in cui tutti la guarderanno con sdegno per aver deciso di portare avanti una gravidanza da nubile. Leggeremo le fiabe che racconta al bambino, che parlano di persone sconfitte, di ingiustizie, di privazione della libertà, di soprusi da parte dei potenti. Patiremo insieme a lei il momento di permanenza a letto per salvaguardare la propria salute e quella del bambino e ci arrabbieremo perché questo le impedisce di vivere la sua vita. Ci inaspriremo verso coloro che si dimostrano ipocriti nei suoi confronti abbandonandola a sé stessa e poi tornando, ma ringrazieremo anche dell’esistenza di personaggi amorevoli come i suoi genitori, che le lasciano fino alla fine la possibilità di scegliere senza per questo amarla di meno. E poi alla fine l’epilogo in cui vengono coinvolti tutti i personaggi della storia, che con le loro parole le lanciano pesanti accuse sulla, additandola ferocemente oppure la velano di conforto e comprensione, perché nella vita non si dovrebbe mai scegliere se salvare sé stessi o qualcun’altro.
Egoisti vengono definiti coloro che decidono di vivere per sé stessi, ma l’unico grido che la Fallaci oppone con forza alla società è che non nasciamo per essere schiavi o sottomessi a nessuno, che abbiamo il diritto di vivere la vita al meglio, di inseguire la felicità, che dovremmo sempre avere la possibilità di scegliere. Seguirà questo ragionamento anche il bambino, che farà sentire la propria voce sorprendendo la protagonista e il lettore. Checché se ne possa dire, quello della Fallaci è a tutti gli effetti un inno alla vita, alla sua bellezza e alla libertà dell’individuo, che ha sfidato a spada tratta le convenzioni sociali del tempo e che continua tutt’ora a far parlare di sé.