“The white man’s burden 2.0”: Esportiamo la libertà in Venezuela!

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Analizziamo la situazione Venezuelana. Gli interessi degli USA scrivono la storia.

“The white man’s burden” o il fardello dell’uomo bianco rappresenta un’immagine imponentemente entrata nella coscienza collettiva grazie alla poesia omonima di Rudyard Kipling; un vero inno alla missione “divina” dell’Occidente nei confronti dei popoli extra-europei: farli uscire dalle barbarie culturali e traghettarli verso il vivere civile rappresentato dagli usi e costumi del Vecchio Continente. Venivano esposte queste motivazioni al fine di nascondere gli interessi coloniali prettamente economici, vero obbiettivo delle potenze europee dell’Ottocento. Se, a chi scrive, qualcosa hanno insegnato gli studi filosofici, è più che corretto dire che le idee e i concetti non scompaiono come fossero bolle di sapone, ma cambiano “fenomenologicamente” adeguandosi allo spirito del tempo. Ciò premesso, è facile cogliere l’impossibilità che il pesante fardello dell’uomo occidentale si ripresenti nelle forme ottocentesche, ma che, tutt’al più, cambi paradigma plasmandosi su una società “politically correct”, intrisa di multiculturalismo e rispetto del diverso. Entrare a gamba tesa negli affari interni di un’altra nazione in nome di una civilizzazione dei barbari, oggi è anacronistico e poco vendibile all’opinione pubblica.

O forse no? Certo, propinarla come missione civilizzatrice sarebbe un suicidio mediatico; meglio fare leva su quello che la società occidentale si è imposta come elementi identitari e “non negoziabili”: qualcosa come la democrazia e la libertà. Summa Capita, sarà lo stesso ragionamento fatto dalle Amministrazione statunitensi dalla seconda guerra mondiale ad oggi, le quali hanno cercato di esportare la democrazia – il paragonare la democrazia ad una merce, dovrebbe già far suonare un campanello di allarme – in Corea (1950-1953), Vietnam (1964 – 1975), Grenada (1983), Panama (1990), Iraq (1990-1991; 2003-2011), Somalia (1992-1994), Kosovo (1999), Afghanistan (2001), Libia (2011). Analizzare ognuna di queste guerre renderebbe il discorso farraginoso e confuso, meglio utilizzare un medium esemplificativo e più recente di questa politica civilizzatrice: il caso venezuelano.

Juan Guaidò

I fatti: lo scorso 23 Gennaio a Caracas, in una piazza gremita di gente, il presidente dell’assemblea Nazionale venezuelano Juan Guaidò si autoproclama Presidente ad interim del paese, dichiarando illegittimo il Presidente Nicolas Maduro (successore del più noto Chavez) il quale è sostenuto da un partito socialista e nazionalista. Guaidò ritiene falsate le ultime elezioni presidenziali e riconosce come unico organo democraticamente eletto l’assemblea nazionale (in mano all’opposizione), esautorata delle sue funzioni dalla Corte suprema venezuelana poco dopo le elezioni parlamentari; dichiarandosi Presidente richiama l’articolo 233 della Costituzione, il quale, in realtà, presenta tutt’altro tipo di scenario.
Alla situazione già divisiva e tragica in cui si trova il Venezuela, si sono poi aggiunte le immediate ingerenze di Paesi Stranieri; qualche ora dopo l’autoproclamazione di Guaidò, arriva subito il riconoscimento del Presidente Trump, seguito a ruota dai principali alleati sudamericani e da alcuni alleati europei. Da quel giorno si susseguono le dichiarazioni dei principali esponenti dell’Amministrazione USA che sciorinano le ragioni della libertà e della democrazia mancanti in Venezuela, e la necessità di “non restare a guardare” ma di aiutare attivamente la nazione sudamericana. Dalla parte opposta, Maduro riceve sostegno dai tradizionali rivali degli Stati Uniti come Russia, Cina, Cuba e Turchia, i quali governi sostengono il Presidente in carica contro le mire egemoniche degli USA. Entrambe le narrazioni pro-Guaidò e pro-Maduro sembrano dettate da una competizione tra stati piuttosto che dalla volontà di fare del bene per i venezuelani.

Nicolas Maduro

E’ giusto essere sinceri con voi, cari lettori: difendere Maduro e la sua politica è, francamente, impossibile.…Inflazione al 700%, disoccupazione che colpisce il 20% della popolazione, aumento vertiginoso del debito pubblico, penuria di alimenti e medicinali, esodo di massa. Questi sono i risultati dell’economia venezuelana, e per quanto Maduro possa additare gli stati esteri come causa della crisi, la realtà richiama alle proprie responsabilità il partito di governo e le sue inefficienti politiche economiche. Il governo di un popolo affamato e privo dei mezzi di sussistenza elementari, non è destinato a durare a lungo. Questo ce lo dice un’attenta analisi del passato e nessun altro. Ma si è visto anche, quanto grande sia il pericolo nell’anticipare la Storia. Potremmo ricordare come in Libia l’intervento della NATO abbia portato ad una situazione post-conflitto di caos ed abbia contribuito a peggiorare la vita dei libici, gli stessi libici che gli occidentali erano venuti a “liberare” dal dittatore Gheddafi. Poco conta se la liberazione dovesse essere a suon di bombe sulle città. Piccole storture, insomma. Questo e altro per la libertà.

Lo scetticismo di chi scrive nei confronti delle posizioni filo – Guaidò degli Stati Uniti & Co. è palese, sarebbe ipocrita nasconderlo. Tuttavia ritengo importante non barricarsi in trincee ideologiche, non credendo di essere possessori di verità, soprattutto di fronte situazioni complicate e tante variabili ancora in gioco.
Posizione diverse possono essere più che giustificabili e corroborate da fatti, quanti anch’io ne presento a sostegno del mio modo di vedere. Mi permetto, quindi, di non andare velocemente a conclusioni di parte, ma di esporre dei dubbi sulla sequela di motivazioni addotte da parte americana.
1) Se si hanno a cuore la libertà ed i diritti umani dei popoli, come mai non vengono sovente intraprese azioni avverse ai governi dell’Arabia saudita e Corea del Nord? Vuoi vedere che i contratti miliardari con i sauditi ed i rapporti in fieri con i coreani possono porre un freno ai sentimenti umanitari degli states? A pensar male…..
2) E’ un caso che in Venezuela vi sia la più grande riserva di petrolio del mondo, e che tra le prime dichiarazioni di Guaidò vi sia la proposta, non meglio specificata, di cambio di rotta per la compagnia petrolifera statale (con probabile sdoganamento dei petrolieri americani e privatizzazione della compagnia stessa)?
3) Il popolo venezuelano soffre la fame. Perché gli Stati Uniti non tolgono le pesanti sanzioni economiche messe prima da Obama nel 2015, e poi inasprite da Trump nel 2017? Autorevoli inviati dell’Onu hanno addirittura sostenuto che le sanzioni hanno concorso a causare la crisi economica devastante, proponendo di incriminare gli USA per crimini contro l’umanità.

Lo schierarsi da una parte o dall’altra contribuisce, più o meno consapevolmente, a esacerbare il clima già teso nella nazione sudamericana e a balcanizzare la stessa. Restare a guardare sarebbe, altresì, moralmente inaccettabile, per questo il diritto internazionale prescrive un’attività di mediazione tra le parti in conflitto; in questo senso si stanno muovendo tante nazione (Italia inclusa) che si sono già riunite a Montevideo e presto si riuniranno nuovamente per definire i percorsi di pacificazione. Se il bene del Venezuela ci sta a cuore, la via tracciata a Montevideo sembra, a ragion vedute, quella più affine all’obbiettivo. Avere un atteggiamento costruttivo è essenziale alla causa; atteggiamento che si stenta a riconoscere in chi per decenni ha additato, novello Catone, il Venezuela al suono di “Carthago delenda est”. E, forse, oggi siamo più vicini alla caduta di Cartagine, proprio grazie alla tecnica comunicativa del “The white man’s burden 2.0” che cerca di inebriare di profumo quello che, sembra a tutti gli effetti, un surrogato di colpo di stato. Staremo a vedere.

 

Articolo a cura di Marco Santalucia

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