La maschera è l’elemento che lega la storia delle nostre vite a quella dell’imprenditore Rocco Greco: non un eroe, non un visionario ma un umile uomo e grande lavoratore.
Rocco è nato e vissuto a Gela, un paese della provincia di Caltanissetta, di cui Salvatore Quasimodo ne descriveva le spiagge dorate.
Là Eschilo esule
misurò versi e passi sconsolati,
in quel golfo arso l’aquila lo vide,
e fu l’ultimo giorno.
Terra di sole, di mare ma da sempre terra di nessuno, oggetto della feroce contesa di due organizzazioni criminali: cosa nostra e la Stidda, che negli anni Novanta resero questo terra un campo di guerra, di estorsioni, di omicidi alla luce del sole, di bombe all’ interno degli esercizi commerciali.
Rocco Greco era il titolare di un’azienda, la “Consim S.R.L” che provvedeva allo smistamento dei rifiuti.
Negli occhi dei piccoli imprenditori in quegli anni, si leggeva la paura di perdere qualche appalto, di mettere a rischio il lavoro di tutta una vita o peggio mettere in pericolo i propri figli.
La paura vinceva sulla propria coscienza morale, sui propri ideali, sulle proprie convinzioni.
Ecco allora che Rocco decide di indossare una maschera.
Rocco Greco pagava il pizzo.
Nella vita, essere noi stessi implicherebbe accettare il peso del confronto, dibattere, affrontare conflitti e sperimentarne i danni, mettere in discussione le proprie idee con il pericolo che vengano demolite. Da ciò deriva che l’uomo trova più facile e meno rischioso occultare il proprio volto dietro una maschera, vivere ai margini della mediocrità, senza abbracciare apertamente alcuna posizione.
Rocco Greco pagava il pizzo.
Pagava, appunto.
Negli anni a seguire, il vento a Gela, in tutta la Sicilia, sembra cambiare. La presenza di esempi concreti, le denunce e ribellioni di tanti altri imprenditori, gli danno coraggio.
Nel 2007, Rocco si toglie la maschera di dosso.
Rocco Greco denuncia il pizzo e convince altri sette imprenditori a farlo con lui. Il processo ribattezzato “Munda mundi” porterà a condanne per ben 134 anni di carcere.
Da qui in poi si entra in un una storia piena di contraddizioni, nella quale si conoscono bene nome e cognomi dei personaggi ma non se ne riesce a comprendere appieno i loro ruoli, o forse non lo si vuole.
Ma ecco che in questo gioco delle maschere fa la sua mossa chi è sicuramente molto più furbo.
Da dentro il carcere dove sono condannati, i boss mafiosi riescono a mettere la loro maschera sul volto di Rocco.
«Ma quale vittima, ma quali estorsioni, Rocco Greco è un nostro compare, divide i soldi degli appalti con noi» denunciano i boss.
Ecco allora che Rocco si trasforma in un attimo da vittima a carnefice, da aggredito ad aggressore, da buono a cattivo, da bianco a nero, da black a white.
Da quella stessa “white list”, elenco prestatori di servizi non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa, la sua azienda verrà cancellata, non permettendogli di partecipare agli appalti nella ricostruzione dopo il sisma del centro Italia.
In poco tempo, l’azienda perderà decine di appalti con il pubblico, cinquanta operai verranno licenziati.
In questo contraddittorio gioco di maschere, chi aveva promesso di proteggerlo e sostenerlo si dimostra invece incapace di comprendere e sostenere la sua scelta di ribellione.
La mattina dello scorso 27 Febbraio, Rocco decide di indossare l’ultima maschera della sua vita, con una pallottola.
«Ecco la fine che ho fatto a denunciare il pizzo» confidava alla moglie il giorno prima.
Rocco Greco era un imprenditore.
Rocco Greco era un imprenditore ucciso dalla mafia.
Rocco Greco era un imprenditore ucciso da uno Stato che non ha ancora ben capito, ahimè, quale maschera indossare.