La Capinera

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Ha debuttato al Teatro Massimo Bellini di Catania “La Capinera”, melodramma moderno in due atti ispirato al romanzo epistolare “Storia di una capinera” di Verga.

Sul far dell’alba, la Piazza del mercato di Catania.
La città si è appena risvegliata, commercianti e ambulanti cominciano a prepararsi alla giornata, quando, ad un tratto, vengono interrotte le danze. A comparire minaccioso sulla scena è lo spettro di un uomo vestito di nero. «Io non ho faccia né nome.» Si tratta della personificazione del Colera che, al suo tetro passaggio, comincia a mietere le prime vittime.

«La gente fugge al mio sguardo, io non conosco perdono. Feroce come un leopardo, la morte è quello che dono.(…)Non esiste salvezza o una via. La pietà io non so cosa sia.»

Così ha avuto inizio il primo atto de La Capinera, melodramma moderno in due atti, debuttato domenica 9 Dicembre al Teatro Massimo Bellini di Catania con la musica di Gianni Bella e le liriche di Mogol. Il libretto, ispirato al romanzo epistolare Storia di una capinera dello scrittore catanese Giovanni Verga, è di Giuseppe Fulcheri. Arrangiamenti, orchestrazioni ed elaborazioni ad opera di Geoff Westley. Regia, scene e costumi sono del tre volte premio Oscar Dante Ferretti. Orchestra e coro del Teatro Massimo Bellini di Catania con il direttore Leonardo Catalanotto e il maestro Luigi Petrozziello.

Foto di Giacomo Orlando

Attraverso la produzione di questo melodramma, il Bellini si presenta al panorama musicale internazionale con un allestimento di alta qualità artistica. «Quando Gianni Bella – ha raccontato Mogol– mi propose di scrivere le liriche delle romanze, gli chiesi se avesse mai acquisito una cultura operistica, mi rispose di no e io logicamente non accettai. Ma il genio va al di là del pensiero logico e quindi ascoltando la sua musica, qualche mese dopo decisi di scriverne le liriche».
A colpire è già la scelta del titolo, che, in effetti, sembra proprio voler mirare all’essenziale. «La definizione – ha precisato infatti Mogol, il quale preferisce parlare di melodramma anziché di opera lirica – è legata al fatto che si tratta di qualcosa di nuovo ma che, nonostante qualche romanza si discosti dal modello tradizionale dell’opera, non perde il suo fascino».
Così La Capinera diventa un omaggio a Catania, che in gran parte è luogo dell’azione teatrale.

«La partitura è un inno alla città che, – come hanno sottolineato il sovrintendente del teatro Roberto Grossi e il direttore artistico Francesco Nicolosi – sconfiggendo terremoto e lava, ha saputo risorgere dalle proprie ceneri e costruire la Catania barocca che fa da scenario all’azione: un’ambientazione sospesa tra l’architettura settecentesca e il profilo svettante del Vulcano, l’una e l’altro dichiarati dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. E siamo onorati che le liriche di un poeta come Mogol esaltino la vena melodica di Gianni Bella, altro illustre figlio dell’Etna, rinnovando così la tradizione del belcanto.»

Foto di Giacomo Orlando

La trama vede al centro la figura di Maria, giovane donna destinata a Dio sin da bambina. La ragazza appare timida, nonostante spicchi fra tutte le novizie. All’inizio è spaventata dalla vita che la attende fuori dal convento, ma, quando incredula, sbalordita e trasognata, arriva nella casa di campagna ai piedi del Mongibello in cui si sono rifugiati il padre, la matrigna e la sorellastra Giuditta, comincia a sentirsi quasi come «un cieco nato che per miracolo riacquista la vista».
Viene così messo in scena un melodramma che racconta di sentimenti immutati nel tempo, oggi come allora. «Quella della Capinera – ha precisato infatti Mogol – è una storia senza età, che tocca profondamente. Noi viviamo da secoli gli stessi sentimenti e siccome quest’opera parla il linguaggio di oggi nonostante i vestiti, le usanze, il tempo rispettato, alla fine ci riguarda da vicino».

Foto di Giacomo Orlando

In alcuni punti la trama è stata un po’ modificata. Ad esempio, durante la festa di Sant’Agata, tra le grida della folla, Nino incrocia lo sguardo di Maria e le dona una rosa. I due poi si abbracciano creando scalpore e fermando la processione. Ma questo amore che lega le loro anime è vissuto in maniera diversa da entrambi: mentre Nino si è innamorato perdutamente di Maria e la desidera, lei non cade in tentazione, non tradisce il Signore.

«Chiudo il mio cuore, fuggo l’amore. Chiedo perdono a voi, anche a Dio. Lo sbaglio son io»

Foto di Giacomo Orlando

Queste le parole di Maria, che in realtà aveva solo pensato «che quel giovane che le ha aperto le braccia e sorriso fosse l’espressione di Dio – ha spiegato ancora Mogol -.Da questo episodio innocente scaturirà tutto il dolore che la giovane ragazza è costretta a subire in maniera immeritata.». Maria è vittima della cattiveria della matrigna, delle debolezze del padre e infine, della viltà di Nino. Il ragazzo infatti, rinuncia ai suoi sentimenti decidendo di vivere nel ricordo del sogno di lei. Così, a chiusura del secondo atto, mentre nella cappella del convento le novizie si apprestano a prendere i voti, Maria affranta dalla disperazione e stremata dalla sofferenza, porge un ultimo bacio a un petalo di quella rosa che Nino le aveva donato, per poi spegnersi.

Eternamente in conflitto con l’altra me, vivo sospesa fra la bussola della ragione e le leggi del cuore. L’ardore che provo per Themis mi ha spinta a coltivare gli studi giuridici. Ma, innamorata dell’archeologia e del mondo teatrale, scrivo nottetempo per dar voce alle diverse sfumature della mia identità, in modo da cambiare volto e rimanere me stessa.