“Non aspettarmi vivo”. Storie di jihadisti della Tunisia

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Cosa porta un giovane a unirsi a Da’ish? Un reportage per comprendere questo fenomeno

Tunisia. Paese che si potrebbe considerare culturalmente lontano ma con il quale i punti di contatto sono numerosi. È in questa terra affascinante, poco conosciuta e che può vantare una storia secolare, che prende vita il reportage delle giornaliste Anna Migotto e Stefania Miretti, reportage che sfocia in un libro edito da Einaudi intitolato “Non aspettarmi vivo. La banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti”.


Tunisia. Paese che oscilla tra la volontà di modernizzarsi e di avvicinarsi allo stile di vita europeo e l’ombra sempre presente di un ritorno prepotente del radicalismo islamico. Un Paese che tenta di presentarsi sorridente agli occhi stranieri ma che, invece, nasconde una storia differente e incredibilmente meno solare: è da qui, infatti, che lo Stato islamico attinge il numero più alto di giovani foreign fighters, è da qui che ogni giorno ragazzi partono per la Siria e l’Iraq o si immolano per il jihad commettendo attentati terroristici nel loro Paese o in Europa.

“Non aspettarmi vivo”, perciò, è il tentativo delle due giornaliste di avvicinarsi a questo fenomeno che deve essere analizzato per essere successivamente affrontato perché, sebbene inizialmente coinvolga solo la Tunisia, gli effetti si possono ripercuotere a livello globale; il risultato, se vogliamo dire, di un interrogativo che, forse, potremmo avere pensato noi stessi a seguito degli attentati: cosa porta un giovane della Tunisia a unirsi a Da’ish?
Tuttavia, bisogna tenere presente un importante aspetto: se la domanda è chiara, la risposta è fosca. Le corrispondenti indagano, analizzano, riportano molteplici storie alla nostra attenzione ma al termine della lettura rimaniamo con l’amaro in bocca: non si scorge una possibile soluzione perché le cause sono molteplici e rendono la realtà terribilmente complessa e di difficile comprensione.

 

 

I giovani smarriti

Ciò che risulta chiaro dalla lettura del libro è che gli obiettivi dello Stato islamico sono i ragazzi che si sentono smarriti, che non possiedono un’educazione religiosa tale che possa permettere loro di affrontare i reclutatori e che, soprattutto, non vedono un futuro di fronte ai loro occhi. Si ritengono uomini ma sono poco più che ragazzini in cerca di un senso da dare alla loro vita, tanto che giungono ad affermare che «questa vita vale il venti per cento, quella dopo l’ottanta».

Sono parole per noi «persino impossibili da pensare» scrivono le due giornaliste ma che invece trovano spazio nelle menti di ventenni «così poco attaccati alla loro esistenza da confonderla con la morte», «disposti a credere che la loro più o meno tormentosa esperienza terrena non sia, non possa essere, la “vita vera”».

Una guerra social

Pensare allo Stato islamico come unicamente retrogrado è sbagliato. Nel libro viene ampiamente spiegato come da una parte, certo, c’è la critica e l’ostilità nei confronti di tutto ciò che è occidentale, europeo ed americano, dall’altra si situa una conoscenza spaventosa dei nuovi media. Se ascoltare musica profana è considerato haram (proibito), ciò non significa che lo Stato islamico non si avvalga dei social network e tenti di sfruttarli fino all’estremo.
A spiegarlo è un uomo che tenta di salvare i ragazzini da Da’ish, lavora nel più totale anonimato ed è lui a parlare in termini di conflitto virtuale.

Un conflitto che «al momento non possiamo vincere». La ragione? «Perché abbiamo a cuore la libertà d’espressione. Facebook e Twitter s’appellano alla Costituzione americana, dunque i jihadisti hanno diritto di esprimersi».

Parole che fanno ricredere sulla bontà di internet oggigiorno. Tutti possono entrare in contatto con tutti. Uomini per bene, viaggiatori che desiderano comunicare in maniera costante con persone conosciute nelle varie mete, ma a questi si devono aggiungere quelli che a me piace definire “ospiti indesiderati” ma tollerati. Da’ish lo sa. Appare una bestia intollerante, aggressiva ma ben informata e non si fa alcuno scrupolo di scendere in campo sfruttando la libertà che l’Occidente gli garantisce.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: “Non aspettarmi vivo”. Storie di jihadisti della Tunisia
Autore: Anna Migotto, Stefania Miretti
Genere: Saggio
Editore: Einaudi
Età minima consigliata: anni
Pagine: 234

Nato a Trieste l'8 settembre 1995. Innamorato della poesia, affascinato dal nuovo. La curiosità lo ha spinto verso il mondo del giornalismo, il sogno nel cassetto: diventare un freelance alla ricerca di storie in giro per il mondo. Nel 2017 ha partecipato all'AKLF (Apeejay Kolkata Literary Festival) a Calcutta e al WNSFest (Word N Sound Festival) a Johannesburg.