CV Talent #9: il teatro di Susanna Acchiardi

0

Il suo primo film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ma sono il teatro e le sue mille storie ad averla stregata

È da poco uscito nelle sale Zen sul ghiaccio sottile, la storia di due adolescenti, Maia e Vanessa, in cerca della propria identità. Il film è stato prodotto da Articolture, diretto da Margherita Ferri e realizzato all’interno del progetto Biennale College. È stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2018. Abbiamo incontrato Susanna Acchiardi, la giovane co-protagonista che interpreta Vanessa, per parlare della pellicola ma anche e soprattutto di cosa significhi essere un’attrice al giorno d’oggi. Susanna si è da poco diplomata alla Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine, ha appena 23 anni e una fortissima passione per il teatro che con Zen è approdata per la prima volta anche al cinema. 

Tutti abbiamo in mente le scene di La La Land, Hollywood, i mille provini, l’America dove tutto è possibile. Ma come e perché si diventa un’attrice oggi, in Italia?

Per rispondere a questa domanda sono andata a rivedermi La La Land e pure Mulholland Drive. Nel party iniziale di La La Land ci sono tanti giovani aspiranti attori che vanno ripetendo «qualcuno tra la folla potrebbe essere quello che hai bisogno di conoscere, se sei pronto ad essere trovato». La protagonista, Mia, ha un altro stile: viene accettata nella “fabbrica dei sogni” solo dopo aver faticato per trovare il coraggio di fare il suo piccolo spettacolo, dicendo esattamente quello che voleva, passando la crisi del primo «no». E il suo piccolo spettacolo? Archiviato? Questo è il lato più enigmatico e preoccupante del sogno che si porta dietro questo lavoro. Lo si vede bene anche in Mulholland Drive, la storia di una giovane, sogna di diventare attrice e di fare successo a Hollywood. Per la prima volta arriva in aeroporto a Los Angeles, dopo aver parlato piena di emozione per tutto il viaggio con due simpatici vecchietti. Si salutano, un grande in bocca al lupo, poi la ragazza prende un taxi e se ne va. Cambio scena e c’è una grottesca inquadratura dei coniugi seduti in una limousine, sembra un carro funebre, diretti chissà dove, con stampato in faccia un sorriso congelato, finto. E per loro va bene così. Ridono per e dell’ignoto. La motivazione di essere un attore non credo si coltivi attraverso una strada prestabilita, né a Hollywood né all’Actor Studio né a Cinecittà né in una sala prove. Però di sicuro è una variabile incostante, un ormone sfasato sul quale io non conto sempre. Credo più nel rigenerare la curiosità verso le incongruenze del mondo che ci circonda, nel guardarsi intorno e fare domande stupite (diverso da stupide) e fare lo sforzo di ridere con grande serietà della realtà per non diventare Hooligans impietosi davanti ai problemi reali che ci circondano. L’appoggio insicuro che nel Paese c’è verso la categoria degli attori, spesso intesi come “yesmen”, è un fatto per cui vale la pena sputare anima e sangue, e continuare a fare questo lavoro.

Ma è davvero possibile non essere uno “yesman” in un mondo così complesso?

Se per campare non mi concentro su quello che voglio dire, allora non sono un attore. Chiaro che in un primo momento di gavetta è inevitabile passare attraverso piccoli ruoli. Io pure spesso finisco per essere una “yeswoman”, mi ci sto interrogando. Ma non voglio mercificare tutto, per questo mi chiedo sempre: io per chi lo sto facendo?

Il teatro e un certo tipo di cinema sono spesso etichettati come «prodotti d’élite». A volte non ti sembra di esibirti per un pubblico di “pochi eletti”? Se il teatro è una delle forme d’arte che più si avvicinano alle domande dell’uomo, allora come ti spieghi il distacco con cui spesso è percepito?

Nessuno spettatore è un eletto: per chiunque a teatro è sempre la prima volta. Nessuno è migliore o peggiore, siamo tutti nella stessa platea e alla stessa altezza. La distanza esiste perché si è creata la quarta parete, che separa la persona che guarda e la persona che sta raccontando. C’è un regista teatrale che amo molto, Peter Brook, che lavora con attori internazionali per realizzare delle pièce che rispettino le differenze linguistiche. Prima di portare in scena i suoi spettacoli vuole che a vederli e “censurarli” siano i bambini: ecco il contatto che manca al teatro. Questo perché un bambino è lo spettatore più sincero: se non riesce a seguire, comincia semplicemente a fare confusione. Dobbiamo lasciarci andare a teatro e al teatro. Se a un adulto non piacesse uno spettacolo, dovrebbe semplicemente fare lo stesso: ribellarsi, non subire. C’è troppo intelletto quando siamo a teatro.

Sei nelle sale con un film che affronta tematiche molto “calde”. Come è stato calarsi nei panni di un adolescente in crisi?

All’inizio pensavo sarebbe stata una passeggiata. In fin dei conti ero arrogante, pensavo «l’ho già vissuto, sono cose che ho addosso e che basta ricordare, cose che ora so affrontare meglio, perché non più coinvolta». Invece, quando abbiamo cominciato a lavorarci, è riemerso quel contraddittorio polverone ormonale che ci caratterizza tutti. Alla fine ho scoperto di soffrire di sindrome di Peter Pan (ride, ndr). È estremo cercare raccontare la crisi di Vanessa, che è nella gabbia tipica della sua età: vive in un posto e con amici che non si è ancora scelta completamente. Ha un’immagine prestabilita a cui sono tutti abituati. Questi sono dettagli che hanno invaso tutte le nostre adolescenze. Qualcuno è riuscito a distaccarsene, qualcuno no. Chiedersi chi sono io è l’interrogativo più adulto che si possa fare! È come leggere ogni anno della nostra vita il Piccolo Principe e chiedersi cosa si è capito! Sono realmente chi penso di essere? Diventando grandi chiudiamo nel cassetto queste domande, credendo di averle già superate. Non è che con questo credo si debba andare in psicanalisi, forse semplicemente sarebbe bene tornare a farci le domande dell’adolescenza.

Dopodiché, per rispondere alla domanda, non c’è un manuale di azioni per vestire un personaggio: ogni volta il personaggio interroga te e tu interroghi il personaggio. È un momento di formazione reale. Forse il “prontuario” nasce dopo un percorso di crescita fattoriale, ce n’è di strada da fare! In questo caso, non sono riuscita a “proteggermi” dietro ad un’idea di personaggio già pronta. Sono stata in una condizione magmatica: ho dovuto lavorare su me stessa, dentro me stessa.

Zen ruota attorno al tema della scoperta di sè e della propria identità sessuale. Come viene affrontato nel film? Come è stato accolto?

La scoperta di sé viene vissuta dalla protagonista Maia come un emblematico dito medio verso una realtà che la rende infelice. Di fronte a chi la provoca con aggressività, Maia non può che rispondere con altrettanta rabbia. Di certo non come una comune ragazza della sua età, perché entro quei canoni istintivamente non ci sta. Lei è l’unica femmina della squadra di hockey, ha un aspetto mascolino e ha talento. Oscilla continuamente tra la solitudine e le pretese di attenzioni, è in perenne scontro con se stessa e con il mondo che la circonda. Questa a-normalità è ingestibile per i suoi coetanei, che sembra debbano etichettarla per forza in qualche modo. Per paura. Per reazione. “Lesbica di merda”, “mezza femmina”: Maia sembra l’unica fuori dal coro. Eppure c’è anche un’altra persona alla quale non va tutto come sembra. La fidanzata del capitano della squadra di hockey, popolare, bella, benvoluta da tutti. Problemi non pervenuti. Fino a quando non decide di scappare di casa rifugiandosi nello chalet di Maia. Proprio lì, proprio loro due dovevano incontrarsi: due anime che hanno bisogno di capire onestamente chi si sentono fino in fondo.

Stiamo ricevendo delle grandi emozioni da parte del pubblico. Questo film riesce ad arrivare a tutte le persone, di qualsiasi età, proprio perché parla all’io di ciascuno, indipendentemente dal proprio genere: pone una domanda che è propria di tutti.

Sei partita da quello che per molti attori è il traguardo (la Mostra del Cinema di Venezia): e adesso? Quale storia senti di voler raccontare?

Facciamo così: tra dieci anni mi intervisti di nuovo e ti rispondo. La Biennale di Venezia non è stata assolutamente un traguardo, anzi l’ho vissuta da turista. Non ero mai stata al Lido ed è stato bella visitarlo, come tanti altri luoghi dove mi ha portato la mia passione. Ci sono delle storie riguardo il mondo dell’infanzia che vorrei poter raccontare in futuro. Non è un caso che abbia scelto progetti come questo film. Una storia che ho in serbo riguarda la bellezza nel mondo infantile. In particolare mi interessano i “fanatismi della bellezza”: i concorsi di bellezza per bambini, Instagram, qualsiasi forma di spettacolarità.

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.