Come pensiamo il presente?

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«Che c’entrano i fascisti» e altre (vecchie) categorie con cui crediamo di interpretare il nostro mondo

Sarò volutamente provocatorio, da qui in avanti. In che modo pensiamo e interpretiamo il presente? Come ci poniamo di fronte ad una realtà sempre più complessa e sfaccettata? Quando guardiamo il mondo attorno a noi lo facciamo attraverso la “lente” di categorie ben precise, ovvero quelle che abbiamo imparato a scuola o che abbiamo sentito nominare. Siamo abituati ad etichettare la vita di fronte a noi, per ordinarla e darle un senso.

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di assistere ad una conferenza tenuta da Massimo Cacciari, celebre filosofo e politico. Si parlava appunto del modo in cui «pensiamo il presente». Cacciari ha ripercorso la storia della filosofia dalla nascita dell’idealismo fino ai giorni nostri, mostrando come l’uomo, epoca dopo epoca, guardasse al proprio presente. La risposta è semplice: sempre allo stesso modo. Più o meno da quando sono entrate nel linguaggio comune le idee di capitalismo, liberalismo e marxismo, il nostro sguardo si è appiattito, con alcune lievi eccezioni. Sta di fatto che le nostra categorie interpretative sembrano ferme al secolo scorso, leggiamo il mondo negli stessi termini in cui lo leggevano i nostri bisnonni! Facciamo alcuni esempi banali, tanto per citare le parole che si ripetono nei “luoghi che contano”: capitalismo, globalizzazione, totalitarismo, terzo mondo, socialismo, occidente, oriente, classe operaia, borghesia, consumismo, sfruttati, immigrante. Sono tutti concetti nati nella prima metà del Novecento (se non prima) per rispondere a stimoli economici e sociali ben precisi. Ma siamo davvero sicuri che a quasi cento anni di distanza quegli stimoli siano sempre gli stessi? Non è che stiamo commettendo l’errore di interpretare il nostro presente con categorie che non hanno più nulla a che fare con esso?

Prendiamo come esempio il caso d’attualità più scottante: le politiche e i proclami «di destra» di una parte dell’attuale governo. Qualche giorno fa l’editorialista del Corriere della Sera Paolo Mieli proponeva sulle pagine del quotidiano una riflessione provocatoria: «Cosa c’entra il fascismo? Evocazioni pericolose». Secondo Mieli negli ultimi settant’anni della storia d’Italia, l’epiteto «fascista» sarebbe toccato un po’ a tutte le personalità politiche di “centrodestra”. Ovviamente, in nessun caso l’accusa si è rivelata fondata, ma anzi ha contribuito a produrre una nozione impropria, semplicistica e a tratti carnevalesca del Fascismo.

L’esercizio — anche non improprio — di ogni tipo di autorità espone quasi naturalmente a questa accusa. Talché il termine «fascista» è venuto a perdere ogni rapporto con la realtà degli anni Venti e Trenta in cui è diventato d’uso comune nell’intera Europa.

Insomma, a forza di applicare la categoria «Fascismo» al presente per denigrare l’avversario politico ne abbiamo sminuito il significato, provocando cortocircuiti come quelli di chi oggi vorrebbe dimostrare la «bontà» di Benito Mussolini e del suo operato (a costoro consiglio questa lettura).

La verità invece è che il fascismo negli ultimi settant’anni non è più stato all’orizzonte dei Paesi occidentali e ad evocarlo ossessivamente si è costantemente rischiato e si rischia ancora di fare lo stesso errore compiuto nel 1924 da Gaetano Salvemini il quale, dopo l’uccisione di Giacomo Matteotti, si allarmava per l’eventualità di un colpo di stato militare monarchico: ciò che gli impedì di notare per tempo alcune specificità del mussolinismo.

A ciò si aggiunge che, a forza di interpretare il presente con una categoria che non gli appartiene, finiamo per non capirci nulla. L’esempio di Matteotti, che nel 1924 temeva un colpo di stato monarchico senza capire di aver di fronte un fenomeno totalmente nuovo, è perfettamente calzante. Quella certa parte dell’attuale governo, e in particolare le sue posizioni verso i migranti, non sono l’alba di un nuovo totalitarismo (perché questo era, ricordiamocelo, il Fascismo). Sono qualcosa di nuovo che prima non c’era e che andrebbe affrontato in quanto tale. Ovviamente è vero l’opposto, per quella parte politica che in tanti ancora oggi si ostinano a chiamare “comunista”.

La verità è che esempi del genere si potrebbero fare in ogni campo e che il problema sorge a livello educativo. Prendiamo il caso dell’arte contemporanea, che tutti ci ostiniamo a guardare con gli occhi del manierismo rinascimentale, come se il nostro giudizio estetico si fosse fermato agli anni di Leonardo e Michelangelo. Oppure la letteratura, dove i classici ottocenteschi la fanno ancora da padroni senza che nessuno li abbia mai letti per intero. Oppure l’informatica e la programmazione, che tutti abbiamo studiato approfonditamente alle superiori, no? Sia chiaro, la Storia e il passato non devono essere messi da parte e anzi sono i primi ad essere tirata in ballo quando si tratta di interpretare il presente. Tuttavia, siamo davvero sicuri che continuare ad utilizzare un’educazione e conseguentemente delle categorie di cento anni fa per analizzare i fenomeni odierni sia una buona idea? Non c’è il rischio di urlare al Fascismo quando invece davanti ai nostri occhi si compie qualcosa di diverso?

Lasciamoci con un ultimo esperimento: mettiamoci nei panni di uno studente medio italiano giunto al quinto anno di superiori. In Storia sarà arrivato fino alla Seconda Guerra Mondiale, ignorando bellamente (a meno che non ne abbia sentito parlare a casa) le problematiche più vicine al nostro tempo, in Filosofia – se la fa – avrà studiato fino a Nietzche e al primissimo Novecento, mentre sarà arrivato fino a Calvino in Letteratura, ignorando gli scrittori e i pensatori degli ultimi sessant’anni. Che strumenti può avere per capire il presente, al di là del nostro passato? Che cosa avrà da dire di nuovo, se ha ricevuto la stessa educazione dei suoi genitori?

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.