It’s all good, man!

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La quarta stagione di Better Call Saul è al limite della perfezione

Grazie al cielo, esistono serie come Better Call Saul! Giunta ormai alla sua quarta stagione lo spin-off prequel di Breaking Bad si conferma un successo: a dirlo sono non solo i fan entusiasti ma anche il Rotten Tomatos che gli assegna un bel 9 su 10 e Metacritic che lo esalta come “universal acclaim”. Better Call Saul è stato ovviamente rinnovato per una quinta stagione disponibile probabilmente verso la fine dell’estate 2019.

Better Call Saul si concentra sulla vita di Jimmy McGill, istrionico avvocato dalla dubbia moralità che abbiamo conosciuto come Saul Goodman in Breaking Bad, dove più che altro era l’avvocato del diavolo in persona. I fatti narrati in Better Call Saul avvengono nei primi anni 2000, a circa sei anni di distanza dalle vicende narrate in Breaking Bad. Nello spin-off vediamo il nostro Jimmy farsi strada nel mondo della legge in modo non del tutto convenzionale, potremmo dire, inizialmente a fianco del fratello Chuck, socio fondatore della HHM, una nota firma giudiziaria dal nome prestigioso in Albuquerque, poi contro di lui.  Lo scopo di Jimmy diventa, in modo ossessivo quasi, quello di superare in ogni modo il fratello. Insomma, chi ha visto Breaking Bad sa bene che razza di personaggio sia Saul Goodman. Guardando Better Call Saul sappiamo che è a quel bizzarro e manipolatore di Saul Goodman che prima o poi dobbiamo arrivare.

Jimmy, grazie alle sue capacità oratorie e d’improvvisazione, all’amore per scorciatoie e scappatoie legali, e soprattutto all’amore per se stesso e per il suo tornaconto, sempre con più facilità e nonchalance piega la legge e la morale al suo cospetto. Better Call Saul è la storia di uomo dalla morale flessibile; è la storia di slippin’Jimmy (Jimmy scivolone, nella traduzione italiana), che fin dalla fanciullezza ha fatto dell’illegalità e della scorrettezza la sua missione, in un viaggio che dal rubare qualche soldo ai genitori porta alle maxi frodi, alle truffe e agli occultamenti del Saul Goodman di Breaking Bad.

Il virtuosismo registico e il talento creativo di Vince Gilligan e Peter Gould pervadono entrambe le serie. Ogni inquadratura è meticolosamente studiata, ogni luce, ogni oggetto nella stanza. Le bizzarre posizioni delle macchine da presa tornano alla carica anche in Better Call Saul: troviamo inquadrature dall’interno del frullatore, del cestino della spazzatura, delle casse automatiche. Piccole cose che i fan di Gilligan e Gould continuano ad amare.

Last but not least, un cast straordinario: dalle facce già conosciute in Breaking Bad di Bob Odenkirk, nel ruolo del protagonista Jimmy McGill, Johnatan Banks nei panni del serio e impassibile Mike Ehrmantraut, Giancarlo Esposito nelle vesti di signore della droga e ricco proprietario di una catena di fast food, Gustavo Fring. E in più altri attori straordinari, prima tra tutti Rhea Seehorn, nei panni di Kim Wexler, collega e amante di Jimmy; Michael McKean come fratello di Jimmy, Chuck, avvocato di inestimabile bravura ma costretto a vivere isolato per la sua “ipersensibilità all’elettricità”; e infine Patrick Fabian, la nemesi di Jimmy e avvocato Howard Hamlin.

Ora, cari lettori, se non avete completato la visione della quarta stagione vi consiglio di non proseguire nella lettura di questo articolo e di andare su Netflix per un po’ di sano binge watching: da qui in poi ci sono spoiler!

Concentriamoci ora su questa straordinaria quarta stagione.

La storia ricomincia dove si era interrotta la terza stagione, col tragico suicidio di Chuck dopo essere stato cacciato dalla HHM e aver perso tutta la sua reputazione quando Jimmy, in un processo da brividi, smaschera la sua malattia mentale. Questo è l’episodio centrale che segna inevitabilmente l’andamento della quarta stagione. Jimmy sebbene abbia sempre fatto di tutto per distruggere il fratello, sotto sotto gli era affezionato e la sua morte in qualche modo lo sconvolge: ora non deve più niente a nessuno, il fratello/giudice non è più presente a ricordargli che grande fallimento sia per la famiglia e per il mondo dell’avvocatura. Nella prima puntata vediamo un Jimmy meditabondo, rigido, quasi pentito. Ma non è assolutamente quello che passa nella sua testa: ora è libero. La decadenza e la corruzione morale è dunque inevitabile. A spingerlo totalmente tra le braccia dell’illegalità è la sua gavetta per riottenere la licenza da avvocato ed è disposto a tutto per riottenerla. La legge per Jimmy è plastica e malleabile quanto la sua morale e virtù.

L’avvocatura per Jimmy è tutto: non è solo un modo per dimostrare al fratello il suo valore ma è soprattutto un modo per sentirsi vivo. In un climax ascendente nel corso della stagione vediamo Jimmy avvicinarsi sempre più al Saul Goodman di Breaking Bad, nome che usava da giovane per i suoi inganni e tranelli nei bassifondi della società. È sempre più astuto e sempre più scaltro, la sua abilità retorica e la sua faccia tosta lo portano ovunque lui voglia andare. Jimmy è incapace di adeguarsi ad un lavoro normale e onesto, non resiste più di un giorno col semplice impiego di commesso, non è capace di seguire nessuna regola; la legge, che tanto dice di amare, è per lui soltanto una gabbia – una gabbia a maglie larghe però.

Kim Wexler è l’unica a cercare di frenare la sua autodistruzione, ahimè invano. Nonostante la Mesa Verde continui a costituire per lei un grande successo e il carico di lavoro la sommerga giorno e notte, anche lei sembra incapace di sfuggire al fascino di slippin’Jimmy: l’ebbrezza degli illegali trucchetti di Jimmy contagia anche lei, la vediamo irresistibilmente attratta da dubbie scorciatoie, sembra perfettamente a suo agio negli infidi giochi di ruolo che Jimmy le propone. Jimmy la avviluppa come farebbe un cancro, iniziando a far marcire l’integrità di Kim.

Ma l’avvocatessa Wexler non è assolutamente come Jimmy: la legge per lei rappresenta davvero un valore più alto, mette tutta se stessa nel suo lavoro, lavorando fino a notte fonda e facendosi in quattro per aiutare chi un avvocato personale non se lo può permettere. Quando Kim infrange la legge lo fa sempre per un fine che va al di là di se stessa, lei gode solo della creazione di piani articolati e macchinosi per aggirare la legge, dell’intelligenza che sta sotto all’inganno perfetto, del brivido dell’illegalità. La scena finale della stagione sembra comunque farla risvegliare dall’ammaliante incantesimo di Jimmy. Ricordiamo che Kim non è un personaggio di Breaking Bad, quindi è solo questione di tempo prima che scappi dalle fauci di Saul Goodman. L’attrice che la impersona, Rhea Seehorn, è la vera punta di diamante di questa stagione: è lei la protagonista dell’ultimo fotogramma e la sua faccia è la stessa di noi spettatori, impotenti mentre il male mette le sue radici in Jimmy e in tutto ciò che lui tocca.

Molto più velocemente procedono invece le vicende di Mike Ehrmantraut, l’ormai braccio destro di Gus Fring, il cattivo di tutti i cattivi (o almeno in Breaking Bad, in questa stagione è stato un po’ fiacco). Certamente tutti i fan accaniti di Breaking Bad avranno emesso un urletto di gioia alla vista di quello che sarà il laboratorio segreto di Walter White. Ebbene, in questa quarta stagione vediamo il solitario e austero Mike totalmente assorbito dai lavori notturni per la creazione di questo laboratorio, nascosto sotto ad una lavanderia. Per la prima volta troviamo un Mike quasi vulnerabile grazie al collaboratore Werner Zingler, direttore tedesco del cantiere, con cui instaura un profondo rapporto di amicizia e fiducia. Ma nelle storie di Gilligan e Gould le cose belle non sono mai destinate a durare. Il dottor Zingler impara infatti a sue spese che non c’è amicizia che tenga quando ci si immischia nella criminalità, non c’è spazio per il perdono né tantomeno per la pietà. Mike continua ad essere un personaggio straordinario, di una profondità immensa: la sua fedeltà e risolutezza nello svolgere i compiti che gli sono assegnati, i dilemmi etici che deve costantemente e tempestivamente affrontare, fanno di lui uno dei più grandi personaggi sia di Breaking Bad sia di Better Call Saul.

Ogni tassello sembra essere al suo posto. La sceneggiatura è impeccabile, scorre limpida e implacabile verso le vicende di Breaking Bad. Ogni dialogo sembra perfetto: arrivano al momento giusto e con la giusta intensità. Non c’è una parola di troppo, non c’è una virgola da cambiare. La drammaturgia è profonda, scava nell’abisso dell’animo umano, lo rivolta, ne prende il peggio e lo porta a galla.  L’etica, la morale, la legge, la profondità delle relazioni umane: sono il perno fondamentale di ogni vicissitudine all’interno della serie. Le interpretazioni di tutti gli attori sono straordinarie, mozzafiato. La cura e la ricercatezza di ogni singola scena contribuiscono a fare di Better Call Saul una serie tecnicamente perfetta.

La tensione per la prossima stagione, sebbene il destino di molti personaggi sia già inevitabilmente deciso, è alta: in questa stagione abbiamo visto comparire un nuovo super cattivo, Lalo Salamanca, ennesimo spietato nipote di Hector; abbiamo visto anche il piccolo chimico Gale, pronto ad iniziare a produrre metanfetamine nel laboratorio segreto di Gus. Gli ideatori hanno aggiunto una quantità enorme di riferimenti alla loro prima serie, come il campanello di Hector o il quaderno che tiene in mano Gale, quello con su scritto «A W.W la mia stella, il mio perfetto silenzio»: elencarli tutti sarebbe impossibile, ma contribuiscono senz’altro ad accrescere la curiosità e l’aspettava dei fan. Ma soprattutto siamo tutti curiosi di sapere come diventerà il nostro Jimmy, ormai il nostro Saul Goodman: sarà davvero «it’s all good, man»?

Sono nata a Chioggia, negli anfratti della Laguna Veneta. Studio Filosofia all'Università di Padova. Attualmente vivo in Germania per il mio anno in Erasmus all'Università di Tubinga. Amo viaggiare, amo l'arte e la letteratura, il buon cibo, i cani e soprattutto amo il cinema e il teatro. Qui su Cogito cerco di raccontarvi il meglio di queste due arti meravigliose.