Su San Francisco ha appena smesso di piovere. È marzo, dunque qui la pioggia giunge improvvisa, si getta con ferocia sull’asfalto, sui tetti degli edifici e sulle persone per poi ripartire verso nuove destinazioni. Il sole torna a splendere e dalle varie caffetterie escono gruppi di uomini e donne che lì avevano trovato rifugio. Tra loro, anch’io.
Mi trovo a Market Street, una delle vie principali di questa ossimorica città. Questa parte dal quartiere Castro, dove vive perlopiù la comunità di lingua spagnola, e raggiunge l’Embarcardero tagliando la megalopoli diagonalmente. Una delle arterie che meglio possono rappresentare cosa sia realmente San Francisco; percorrerla, infatti, significa fare un viaggio all’interno di due caratteri differenti di uno stesso corpo: da una parte, la bellezza degli altisonanti edifici che cercano vanamente di toccare il cielo, dall’altra la povertà riscontrabile tra i marciapiedi.

La città americana che si affaccia all’oceano Pacifico è nota perlopiù per essere sede di numerose startup e per essere stata nei decenni passati la capitale della controcultura: fu qui, all’interno dell’immenso Golden Gate Park, che si radunavano hippie e personaggi che amavano andare contro lo spirito del tempo. E ancora oggi si respira quel profumo nell’aria, benché molto, bisogna ammettere, sia svanito con il sopraggiungere delle nuove piccole aziende, poi divenute multinazionali. O potrebbe dirsi meglio: quella creatività è mutata ed è stata imbrigliata all’interno delle maglie del dio denaro.
Eppure tutto ciò non è che una faccia della medaglia che sto osservando. Certo bella, certo affascinante, ma che ne nasconde una opposta. Partire da Castro per giungere all’Embarcadero significa passare per gradi da un volto all’altro. Significa rapportarsi inizialmente con la povertà, con i senzatetto, con persone che urlano per strada o che camminano ingobbite e con un numero spropositato di uomini e donne intenti a bucarsi. Alla luce del sole, ai margini dei marciapiedi. Non è raro, perciò, trovare per terra siringhe utilizzate da qualche tossicodipendente. È la normalità.
«San Francisco è peggiorata molto nell’ultimo periodo.»
mi fa sapere uno dei dirigenti dell’albergo in cui alloggio. È italiano ma vive e lavora qui da decenni. «Le ragioni sono molteplici e di certo il costo elevato degli affitti non aiuta. Però bisogna ricordare che ci troviamo al centro economico della Silicon Valley. Qui le opzioni sono principalmente due: o fai carriera o ti ritrovi senza nulla, senza neppure un tetto sotto il quale dormire.»
Ed è difficile dubitare delle sue parole quando la notte, prima di tornare nella camera ti porti all’esterno dell’entrata dell’hotel e scorgi decine di figure che si creano il proprio letto per terra. Percorrendo la strada, la situazione sembra migliorare gradualmente. Ci si inoltra verso i quartieri ricchi, dove il “marciume” non è probabilmente neppure tollerato. Io cammino verso il mare, verso i quartieri bene, quando un uomo di pelle scura attira la mia attenzione. È un addetto alla sicurezza. Lavora per il teatro che si trova alle sue spalle e ne approfitto subito per porgli qualche domanda sulla vita qui in città e sulla politica in America. L’uomo accetta ben volentieri di rispondere, si mostra a suo agio e ci tiene a far sapere che non gli interessa alcunché se qualcuno non gradisce quanto dice.
«Qui è pieno di crazy people. Non sono cattivi, sono semplicemente fuori di testa a causa delle droghe che hanno assunto.» Fa una pausa, rifiata, si guarda attorno e continua: «Però di certo non si vive granché bene. È pieno di senza tetto e tossici, li trovate ovunque. Il peggio è che arrivano da ogni parte del Paese.»
Si interrompe di nuovo e io cerco di proseguire il discorso domandando la ragione per il quale verrebbero tutti proprio qui. «Innanzitutto il clima. Poi perché le leggi qui sono tranquille, non ti succede niente. E poi non parliamo di chi governa.» Qui sono perlopiù democratici, i repubblicani sono malvisti e Trump è un argomento poco gradito: qualcuno chiede di non discuterne, altri cambiano argomento, altri ancora lo criticano insultandolo. Fino a questo momento nessuno è riuscito a esprimere un giudizio positivo. E Trump, allora? «Io sono contento che sia diventato Presidente, servirebbe qualcuno come lui qui.» Rimango stupito dalla sua risposta. Stupito ma non completamente sorpreso. In fondo, conclude domandandomi: «Guardati attorno amico, ti sembra vivibile qui?»