È stata soprannominata “la Mostra dell’apertura”, “la Mostra senza barriere”, “la Mostra del cambiamento”. L’attesa per questa 75° edizione era altissima, dovuta al gran numero di maestri del cinema in concorso. È stata una Mostra da record sotto moltissimi punti di vista. È stata indimenticabile.
Basta dare un’occhiata ai numeri di presenze in sala per capire la grandezza e il successo di questo evento: più di 8.000 gli accrediti venduti, con un aumento del 25% rispetto al 2017, 181.700 presenze nelle sale, a cui quest’anno hanno potuto accedere anche i minorenni. La presenza giovanile aumenta di anno in anno, grazie anche alle ottime agevolazioni economiche per studenti e under 26.

«Le avrete viste anche voi le lunghe file [davanti alle sale]in questi giorni, ed è impossibile descriverle tanto sono diverse: giovani, meno giovani, ragazzini, signore, critici, giornalisti e tante persone comuni […]. Che cosa ci spinge a restare in fila, a lungo, sotto il sole e sotto la pioggia? Io ho guardato quei volti e ho notato che erano tutti contenti di essere dov’erano, stavano tutti esattamente nel posto in cui volevano stare.» Queste le parole di Michele Riondino, il padrino di questo festival, nel discorso di apertura della cerimonia di premiazione. Parole che io condivido a pieno.
La Mostra, come Riondino ha sottolineato in questi giorni, fornisce prima di tutto gli strumenti per diventare spettatori attivi, consapevoli, militanti. È un appuntamento fisso per gli amanti della settima arte, è molto di più di un tappeto rosso e un grande palazzo pieno di seggioline rosse e giganteschi schermi: il Lido di Venezia si trasforma in un crocevia di culture; persone e film da ogni angolo del mondo si riuniscono per una grande celebrazione, e tutti condividono un linguaggio comune, un linguaggio universale. Grandi numeri anche a livello di candidature: sono state ben 3.311 le pellicole presentate, tra lungometraggi, cortometraggi e VR. Segno che il cinema è vivo e in gran forma.
La Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia si conferma tra i festival più aperti e innovativi: Alberto Barbera, direttore della Mostra dal 2012, anno dopo anno continua a proporci un cinema che si innova e si rinnova, aperto al cambiamento, lungimirante. Prima di tutto si mostra fermo sostenitore del Virtual Reality: a questa nuova e incredibile tecnologia è stata dedicata un’intera isoletta, il Lazzaretto Vecchio, raggiungibile con i vaporetti messi a disposizione dalla Biennale; è stata creata una categoria di concorso parallela alle altre, di cui Alessandro Baricco è stato giudice; ha superato le 10.000 presenze. Spinta dalla curiosità anche io sono stata a vedere qualcosa: i VR si dividono in Stand Ups, esperienze individuali, in piedi o seduti su poltroncine girevoli, con cortometraggi di circa dieci minuti, a tema vario. Io, ad esempio, ho visto L’île des morts, in cui si veniva trasportati all’interno del celebre dipinto di Arnold Böcklin. Ci sono poi le Installations: esperienze multisensoriali per piccoli gruppi di persone, esperienze di condivisione all’interno di un mondo virtuale che arrivano a durare una mezzoretta. Infine il VR Theatre, il più semplice, per così dire: una piccola sala cinematografica con cinquanta mascherine VR. Ho adorato tutto questo: vivere il cinema non solo con occhi e orecchie, ma con tutti i sensi, un’opera d’arte influenzabile dalla nostra volontà, dalle nostre decisioni. Lo spettatore diventa protagonista. È incredibile poi la velocità con cui si sta sviluppando: ci aspettano veramente grandi, grandissime sorprese.

Venezia non ha paura di proporre tra i film in concorso pellicole riconducibili a generi specifici e non di pura autorialità: il cinema d’autore può essere anche western, poliziesco, horror. «Diciamo che la Mostra d’arte tendeva, nella sua orgogliosa difesa dell’autorialità, a considerare i generi come una categoria nella quale l’artista era venuto a una sorta di compromesso. Quando invece si nota che all’interno di questi generi l’artista si cimenta con le sue capacità e ottiene dei risultati qualitativamente alti, allora l’apertura diventa giusta e corretta. Dirlo esplicitamente è una caratteristica che questa Mostra ha in modo particolare». Così ha rivelato Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia. Il western, in modo particolare, è stato acclamato e premiato in questa edizione: il nuovo film dei fratelli CoenThe Ballad of Buster Scruggssi è infatti aggiudicato il premio per la miglior sceneggiatura, mentre la pellicola di Jaques Audiard The Sisters Brothers si è aggiudicato il Leone d’argento per la miglior regia. Due gran bei film, di cui spero di riuscirvene a parlare approfonditamente in successivi articoli.
Infine questa Mostra del cambiamento spalanca le porte a film prodotti da piattaforme streaming. Ancora una volta il nostro caro Netflix viene preso in causa. Dopo aver subito il rigoroso rifiuto di Cannes, Netflix (ma anche Amazon) si rifugia nella laguna veneta, conquistando un posticino per ben sei film, in varie sezioni del festival. ROMA di Alfonso Cuarón si è anche aggiudicato il Leone d’oro, il più prestigioso premio della competizione, nonché trampolino di lancio per gli Oscar. Impazzano le polemiche: il film infatti sarà disponibile sulla piattaforma online dal 14 dicembre e in alcune sale cinematografiche d’essai. «Io credo che non si possa non fare i conti con queste realtà produttive rappresentate dalle piattaforme – sottolinea Barbera. Non si può far finta che non esistano e ignorare che la maggior parte del cinema d’autore di oggi è prodotto da loro […]. Non sta a noi decidere se sia giusta o no una politica distributiva di un privato che investe in proprio. Noi dobbiamo scegliere i migliori film da proporre. Dobbiamo accettare di confrontarci con queste nuove realtà senza dogmi e divieti». La qualità prima di tutto, l’accettazione di un cambiamento in atto con cui bisogna imparare a convivere.

Da quest’anno c’è anche una nuova sezione, non competitiva: gli Sconfini. Il nome racchiude l’essenza di quello che ci ha proposto: «cinema esordiente, più cinefilo, perfino un tocco pop», per dirlo con le parole di Barbera. La Biennale ha capito benissimo su cosa scommettere. Questa edizione ci ha portato una quantità di grandi attori e registi: oltre ai tre già sopra menzionati, abbiamo visto sul red carpet registi come Mario Martone, Olivier Assayas, Rick Alverson, Yorgos Lanthimos, Damien Chazelle e attori straordinari come Tilda Swinton, Willem Dafoe, Emma Stone, Olivia Coleman, Alessandro Borghi e tanti altri. La varietà dei film proposti ha tenuto sveglio l’interesse degli spettatori per tutta la durata del festival, non solo grazie ai film in concorso, ma anche grazie agli Orizzonti, agli Sconfini e ad alcuni film fuori concorso con grandi ospiti, come 1938: diversi, a cui ha preso parte anche la senatrice a vita Liliana Segre. Venezia punta in alto, mostrandoci che il cinema è tutt’altro che morto.
«E allora grazie al Cinema – ha concluso nel suo discorso Riondino – al cinema che è il nostro amore e che molto spesso ci rivela gli scenari di quel che sarà e che ci dice che le occasioni della vita sono infinite, che non c’è bisogno di aver paura […]. Grazie a tutti voi, perché se tutto questo ha un senso è solo perché continuiamo ad avere il coraggio di sognare i nostri sogni tutti insieme».