Retro-recensione: Alice: Madness returns

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Quando nel Paese delle Meraviglie domina l’oscurità

Alice: Madness returns, sequel dell’oramai celebre American McGee’s Alice, è un videogioco d’avventura steampunk sviluppato da Spicy Horse e pubblicato da Electronic Arts nel 2011. 

Dimenticate la dolce fanciulla dalle guance rosee, con i capelli dorati e che ricadono morbidi sulle spalle e l’elegante abito bianco e blu dell’immaginario comune: Alice Liddell non ha nulla di fiabesco ed innocente, e la medesima aura dark e corrotta si rispecchia anche nel mondo che la circonda, pregno di agonia e disillusione.Il giocatore veste i panni di una ragazza esile, dalle fattezze a metà tra l’anime ed il creepy: abiti sdruciti o dai ricami ed ornamenti allegorici, inquietanti occhioni verde smeraldo, capelli corvini ed incarnato diafano la rendono sin da subito identificabile come l’alter ego oscuro dell’Alice che Lewis Carroll descriveva come un’ingenua bambina curiosa e dal cuore gentile.In un universo privo d’amore e di bontà d’animo verso il prossimo, nella nebbia di una Londra vittoriana della quale emergono i caratteri più cupi e dove il debole è costretto a svendersi in nome della lotta per la sopravvivenza, Alice è alla ricerca della verità racchiusa nei propri ricordi, occultati dal troppo dolore e dalle sedute ipnotiche dello psichiatra che si occupa del suo caso clinico, il dottor Angus Bumby.

Nel Paese delle Meraviglie l’eroina, armata di lama vorpal e macinapepe, compie volteggi nell’aria dissolvendosi in farfalle azzurre che agli appassionati sicuramente richiameranno alla memoria il simbolo di Life is Strange: sarà compito del giocatore garantirne la sopravvivenza lungo percorsi intricati e talvolta invisibili, veri e propri sentieri collocati all’interno delle sezioni di un mondo decisamente vasto e sempre in grado di stupire grazie a passaggi segreti nascosti allo sguardo, ambientazioni spettacolarmente macabre e talvolta esotiche. La realtà interiore di Alice appare ad un primo sguardo priva di senso, ma ogni singolo mostro, ogni voce distinta raccoglie un frammento del passato di una ragazza divorata dal senso di colpa.

L’intera famiglia Liddell si è dissolta in un incendio, divorata dalle fiamme che, secondo le indagini, ha appiccato Alice stessa, in preda ad un raptus omicida nei confronti dei genitori e della sorella. Pur essendo la carnefice, Alice non è in grado di ricostruire l’accaduto, e giorno dopo giorno viene trascinata dal rimorso in un baratro sempre più profondo.
L’unica via di redenzione consiste nell’affrontare uno ad uno i tormentati ricordi che dal passato hanno preso forma, tramutatisi in raccapriccianti versioni horror di oggetti ed animali pronti a prendere vita: ogni boss-fight, infatti, termina con un indizio aggiuntivo per la risoluzione del caso Liddell, e lo scopo è fare chiarezza su una vicenda che sin da subito cela risvolti sempre più tetri ed orripilanti.

Il gioco è strutturato in più livelli, ad ognuno è associato un diverso mondo con i propri peculiari nemici, ed Alice stessa cambia aspetto all’ingresso di ogni realtà parallela, in un alternarsi di presente londinese e passato dei ricordi nel Paese delle Meraviglie prossimo alla distruzione.

Non mancano rompicapi e sequenze platform bidimensionali, che spezzano la monotonia di un continuo incedere sparando con armi strampalate e balzando da un punto all’altro della mappa di gioco. Se a livello di texture il prodotto finale può risultare a tratti lacunoso e poligonale, è la trama a farla da padrona, grazie anche alla sapiente rivisitazione dei personaggi simbolo che dalla storia sono già noti: lo Stregatto incarna l’inquietante guida attraverso il viaggio introspettivo, un felino dall’aspetto malato con cui Alice intesse profondi ragionamenti e da cui si lascia condurre con titubanza.

Questo aspetto effettivamente è ciò che più differenzia l’Alice di Carroll da quella ideata da Spicy Horse: non c’è ingenuità nelle parole della protagonista, che ha imparato a proprie spese quanto la vita possa essere violenta e pronta ad atterrare i giusti, ed il viaggio non è una scoperta di un nuovo mondo ricco di stupefacenti scenari, piuttosto è la ricerca di una verità che già è racchiusa in un cuore che pulsa ancora nonostante, in preda alla pazzia, sembri quasi immobile.Madness returns: la pazzia ritorna, e non ha nulla a che vedere con l’attrazione per ciò che è bizzarro delle trasposizioni cinematografiche di Alice attraverso lo specchio. È pura follia, che pervade ogni memoria per distorcerla e manipolarla, grondante di sangue e che provoca repulsione: se l’eroina è in pericolo di vita, abbandonarsi alla follia, in forma di hysteria, permette di scorgere la luce in fondo al tunnel di devastazione.

L’incontro con il Cappellaio Matto ed il Brucaliffo portano a tutt’altro che spensierati discorsi insensati di fronte ad una tazza di tè o dialoghi grotteschi e divertenti: la società vittoriana non permette nemmeno di abbandonarsi alle risate a coloro i quali sono margini della società, e questo è senza dubbio un gioco che narra la storia di una ragazzina emarginata poiché vittima di un sistema che non le appartiene, così come i coetanei che spesso appaiono in frammenti più o meno articolati.Le riflessioni sui temi sociali, dunque, sono un elemento da tenere in considerazione, ed è proprio sui soprusi che la trama si districa: soprusi a cui Lewis Carroll stesso, al secolo Charles Lutwidge Dodgson, accusato di pedofilia ma mai realmente condannato, non era certo estraneo.

È un sequel tutt’altro che banale di una storia che il mondo del cinema ha spesso deciso di ricalcare nel lato più nonsense e caricaturale del racconto.

Se il penultimo capitolo lascia presagire quale sarà il finale, di certo esso non è immaginabile nella sua interezza, e l’atmosfera creatasi nei vari livelli di gioco, trasportando il giocatore dall’Oriente, ai fondali dell’Oceano, ai manicomi londinesi, non delude alcuna aspettativa.
Desidero proporvi, in conclusione, un prodotto che all’uscita ebbe una fortuna mutilata dalla critica, relativa ad un gameplay ritenuto troppo statico nonostante numerosi apprezzamenti fossero rivolti ai combattimenti; è negli anni successivi al lancio che ha raccolto  più numerosi consensi, nell’epoca in cui le citazioni introspettive di Tumblr, le fanfiction in chiave dark ed i creepypasta hanno trovato maggiore diffusione.

In sostanza, si tratta di un’opera apprezzata dalla massa, grazie al suo essere atipica, cruda e lugubre al punto giusto, più conosciuta per l’immaginario che evoca che per gli elementi di gioco vero e proprio ma non per questo degno di minor considerazione rispetto ad altri titoli oramai considerati parte del mondo del retrogaming.

Alice: Madness returns è acquistabile su Microsoft Store a €19.99 ma spesso è scontato a €4,99 ed è retrocompatibile, ossia giocabile anche su console di ultima generazione. Su origins, per PC, il prezzo si aggira intorno ai 5 dollari. Inoltre, nella vostra copia di Alice: Madness Returns sarà compreso anche il primo capitolo della saga rimasterizzato, ossia American McGee’s Alice.