Sono passati diversi giorni da quell’alba di morte, di tragedia, di dolore, che ha lambito le coste di Lampedusa il 3 ottobre scorso. Impossibile cancellare dalla mente quelle immagini, impossibile togliere dal cuore l’insostenibile peso di chi si sente in qualche modo responsabile di questo estremo, irrazionale, inconcepibile sacrificio: solo 155 sopravvissuti su 500 persone, una strage senza fine. Sono trascorsi i giorni e li abbiamo lasciati trascorrere. Abbiamo atteso, pazienti, il momento della calma, la fine dello slancio emotivo. Nel momento in cui era troppo facile puntare il dito contro qualcosa o qualcuno, abbiamo preferito il silenzio, il rispetto per quelle vite spezzate, per quei morti abbracciati sui fondali, per quel piccolo ancora unito alla sua mamma dal cordone ombelicale: simboli di vite bruscamente e irreparabilmente interrotte, di amori stroncati dalle fiamme e dal mare, di promesse non mantenute e di sogni che non si realizzeranno mai (su questa Terra). Sono trascorsi i giorni (nel frattempo altri morti e altri dubbi) ed è giusto così, perché di fronte al mistero del dolore la migliore cura, a volte, è il silenzio.
A Roma tutt’altra storia. Del resto aveva ragione Tito Livio nelle sue Historiae: mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. Non da Annibale questa volta, non dal temibile esercito cartaginese, ma dall’indifferenza assordante di chi ha sempre rifiutato di trattare in modo serio e definitivo il problema dell’immigrazione. Infuria la polemica e, a poche ore dalla tragedia, si riconoscono già i due fronti: da una parte chi contesta la legge 182/2002 (cd. Bossi-Fini) che ha riletto in chiave di contenimento moltissime disposizioni della legge 40/1998 (cd. Turco-Napolitano), con la volontà di rendere gli accessi più difficili e le espulsioni più semplici, ponendo anche ostacoli al diritto d’asilo. Dall’altra parte, nella più classica delle diatribe politiche made in Italy, chi difende a spada tratta quello che da molti (compresa la Corte costituzionale) è definito un mostro legislativo senza precedenti, specialmente nella sua assurda previsione del reato di immigrazione clandestina, che ha portato a incriminare (d’ufficio) i profughi superstiti di questi ultimi naufragi.
La politica italiana, di destra e di sinistra, non si rende conto dei termini del problema e crede, secondo una terminologia molto diffusa in questi giorni, che sia possibile frenare uno tsunami con le mani. Vent’anni di fenomeni migratori massicci verso l’Italia, quattro interventi legislativi di diverso tenore e 25 mila morti nel Mediterraneo: un bilancio quanto mai eloquente e drammatico, in cui si riesce a intuire che le leggi italiane, più o meno attente al fenomeno, più o meno dure, più o meno di sinistra, più o meno di destra, sono servite davvero a poco. Responsabilità europee? Certamente, perché ha ragione chi sostiene che la Sicilia sia la porta d’Europa e non solo d’Italia. Ai profughi l’Italia non piace: non c’è lavoro. Piacciono la Germania, la Francia, la Norvegia, Paesi che dovrebbero interessarsi di più delle sorti di questa povera gente che fugge da Paesi in cui vivere è diventato impossibile.
In questa gran confusione di opinioni, idee e soluzioni, alcune sconvolgono più di altre: quelle di chi sostiene che occorra stanare i profughi sulle coste libiche, impedirgli di partire e impedirgli di sperare. La maggior parte di coloro che si imbarcano su quelle “carrette del mare” sono persone con diritto di asilo, persone che non hanno attualmente altri mezzi a disposizione per arrivare in Italia. Impedire le partenze dalla Libia o dall’Etiopia o dall’Eritrea o dal Ghana o dalla Siria, significa condannare a morte migliaia di persone. Occorre trovare nuove strade per permettere a chi fugge di arrivare nel nostro Paese in condizioni di sicurezza. Le leggi barbare che criminalizzano i profughi vanno abrogate e mai più riproposte, ma non si può neanche pensare che questa sia la soluzione definitiva per evitare, in futuro, simili tragedie.
Insomma, la politica italiana si svegli! Nascondersi dietro i soliti mantra ideologici non serve a nulla! Questa tragedia non dipende da come il nostro Paese si pone nei confronti dell’immigrazione, ma deriva da una domanda che le nostre leggi non hanno mai nemmeno sfiorato: come garantire ai profughi un accesso alternativo nel nostro Paese? Per rispondere a questa domanda è necessario mettere da parte, prima di tutto, la paura nei confronti di chi non è italiano. Agli italiani, anzi, vorrei ricordare che avranno bisogno, entro i prossimi cinquant’anni, di immigrati in quantità tale da garantire la propria sopravvivenza. Il tasso di natalità, infatti, è ai minimi storici: non pensiamo che l’Italia sia un Paese in cui vale la pena far crescere un figlio? Dobbiamo sperare che gli “stranieri” non la pensino come noi. Altro che invasione!