“Sono una donna/sono una madre/sono cristiana”
Qualora queste parole non vi fossero giunte in quanto parole politiche, con buona probabilità vi saranno arrivate in forma remixata dal video di MEM & J. Il “brano” spopola aumentando esponenzialmente le views del canale youtube, fino ad allora di piccola portata, che due giorni dopo è tornato a cavalcare l’onda di quello stesso successo antitradizionalista, questa volta giocando con un Mario Giordano alle prese con la distruzione delle zucche di Halloween.
Il remix del discorso del 19 ottobre di Giorgia Meloni a San Giovanni lo abbiamo visto in tutte le salse: ballato da gente comune, montato su qualsiasi preesistente video e coreografia, da High School Musical ad un flash mob danzante a opera di preti e suore, e ci ha fatto ridere come l’originale non avrebbe mai fatto.
Già, perché l’originale non aveva nulla di divertente, anzi: una reiterata propaganda antidemocratica e sovranista volta ad affermare l’Italia delle tradizioni e del cattolicesimo, come se ciò comportasse (e questo sillogismo non ha alcun fondamento reale) la negazione ed il rifiuto del diverso. Ecco quindi l’elencazione randomica dell’islamizzazione del continente, delle spose bambine in Turchia, delle Ong e, perché no?, degli italiani senza lavoro, che non guasta mai. Servire il tutto con “violentano e uccidono i nostri figli”, “gli interessi dei francesi e dei tedeschi”, “i buonisti”, terminare con una buona spolverata di omofobia a velo, e conservare al riparo in un luogo di “libertà e sovranità” .
Difficile smontare uno per volta questi luoghi comuni, quasi impossibile intavolare in un baleno un dibattito politico sufficientemente articolato da non lasciarsi tacciare di buonismo, esasperante combattere consapevoli della violenza del linguaggio odierno (soprattutto quello digitale). Perciò esiste una sottile magia chiamata satira. Chi può censurare una canzone prodotta utilizzando come base un discorso pubblico? E poi sono solo le parole della Meloni riportate tali e quali senza nessuna aggiunta. Ni: ci sono alcune inversioni d’ordine che portano a frasi che mai l’esponente di Fratelli d’Italia si sarebbe sognata di pronunciare:
“non credo in uno Stato che mette il desiderio di… Giorgia… di fronte al diritto di un omosessuale… uno Stato giusto si occupa del più debole”, “Noi siamo… LGBT… e difenderemo la nostra identità”.
Io sono Giorgia è l’ultima frontiera di una conversazione politica che conversazione non è più, di una stanchezza sociale che si rifugia nell’ironia, nella speranza che almeno a quella qualcuno dia ascolto. E funziona bene perché la ascoltano in molti, anche se ha i suoi limiti, perché si rivolge perlopiù a quei molti che sono già del suo stesso parere, e soprattutto perché dà una conoscenza parziale, eccessivamente rapida, di fenomeni che meriterebbero di essere analizzati per lunghe ore e seduti su un divano. E non è stata questa stessa rapidità di conclusioni a partorire i nazionalismi e gli estremismi in genere?
A ben vedere non è colpa della satira se siamo così qualunquisti e disinformati. La colpa è nostra, che ci adagiamo beceramente sull’informazione rapida perché è più semplice da decodificare. È più divertente seguire Hipster Democratici o Abolizione del suffragio universale che abbonarsi ad un giornale online, o è preferibile ascoltare i pochi spassosissimi minuti di Io sono Giorgia piuttosto che sorbirsi l’intero sfiancante comizio.
Ma che questa ilarità non ci tolga la passione e la curiosità per l’approfondimento sulla cronaca, altrimenti finiremo a fissare il frigo al ritmo di genitoreuno/genitoredue, senza neanche ricordarci chi siamo. E la canzone ci suggerirà una strana risposta: IOOOO SONO GIORGIA!