American Gods

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Tra mitologia e modernità la serie ideata da Neil Gaiman è giunta alla seconda stagione creando scismi tra i suoi fedeli

American Gods è giunta alla sua seconda stagione, distribuita da Prime Video a partire dall’11 Marzo scorso. La prima stagione era andata in onda già nel lontano 2017, sul canale statunitense Starz. La serie tv è tratta dall’omonimo romanzo del celeberrimo Neil Gaiman, scrittore conosciuto soprattutto per Coraline, da cui è stato tratto il film d’animazione di Henry Selick, e per Stardust, di cui ha scritto anche la sceneggiatura del film uscito nel 2007. Gaiman ha svolto un ruolo attivo nella lavorazione di entrambe le stagioni essendone l’ideatore, il produttore esecutivo e vagliatore degli script. Quindi non c’è da arrabbiarsi se le vicende della serie non seguono passo per passo quelle del libro: l’ha voluto lui.

La trama si rivela fin dalle prime battute incredibilmente interessante: Shadow Moon, interpretato da Ricky Whittle, dopo tre anni di carcere sta per essere rilasciato, ma a causa della morte in un incidente d’auto della moglie Laura (Emily Browning) e del miglior amico dei due, la scarcerazione avverrà in anticipo. Ben presto Shadow scopre anche che la moglie e l’amico avevano una relazione. Shadow, tornato in libertà, non ha più niente per cui vivere: Laura era tutta la sua vita e ora si ritrova vedovo, senza amici e senza lavoro. Quando crede di aver perso tutto arriva invece nella sua vita, come un fulmine a ciel sereno, Mr.Wednesday, Odino in persona, il dio di tutti gli dei, di cui attendiamo l’arrivo fin dalla prima scena, che racconta la storia leggendaria del dio dai molti nomi Grìmr, Wotan, Zeus, Giove.

Interpretato da un quanto mai affascinante Ian McShane, il cupo, sarcastico, enigmatico Mr.Wednesday assolda Shadow come assistente personale e guardia del corpo per accompagnarlo in una guerra tra divinità antiche e moderne. Molte infatti sono le divinità che incontriamo nei vari episodi, provenienti dalla mitologia greca, da quella egizia, germanica, nordica, induista, slava, africana, pellerossa e dal cristianesimo. Troviamo così gli dei egizi Anubi e Thot, la dea africana dell’amore, la regina di Saba, il dio-ragno ghanese Anansi, Chernobog il dio slavo delle tenebre e del male, il dio romano delle armi e del fuoco, Vulcano, Ostara la dea germanica della primavera e della resurrezione oltre a una trentina di tipi di Gesù Cristo, a seconda della provenienza del culto e dei fedeli.

Le divinità sono tutto ciò in cui la gente crede e ha fede. Per questo per quanto riguarda gli dei moderni troviamo Mr.World, il dio della globalizzazione, la dea Media, poliforme, capace di prendere le sembianze degli idoli mediatici del momento, come David Bowie o Marilyn Monroe, Colombia, la dea che personifica gli Stati Uniti d’America e Technical Boy, dio della tecnologia e del codice binario, il dio Denaro.

American Gods si presenta quindi come un mix interessante, innovativo e frizzante di mitologia e modernità. Altrettanto moderno e attuale è uno dei temi fondamentali trattati dalla serie: l’immigrazione. Le puntate spesso cominciano con la storia di una delle divinità protagoniste e come queste sono state trapiantate in America, che a volte le ha favorite e a volte le ha danneggiate, che le ha accolte a braccia aperte o respinte brutalmente. Anche gli dei devono lottare per trovare il loro posto nel mondo, anche gli dei devono lottare per inserirsi e farsi accettare dalle comunità. Emblematico è il monologo di Mr.Nancy, ossia Anansi, che durante la tratta degli schiavi di ‘5-600 racconta ai prigionieri cosa attenderà nei secoli successivi alla popolazione nera in America, incitandoli fin da subito alla ribellione.

Tanti sono i punti forti della serie: prima tra tutti una regia innovativa e psichedelica, che puntata dopo puntata regala scene di grande intensità e stupore, lasciando in alcune occasioni lo spettatore completamente disorientato. Il ritmo della serie è incalzante e giocando sui cliff-hanger è difficile non divorarsi le puntate in più di una settimana.  La colonna sonora è ciò che dà a tutta la serie una marcia in più, con una sigla d’apertura di grande impatto, dai toni striduli e arcaicizzanti.

Il cast è forte, ben amalgamato, si percepisce complicità. Gli attori, più o meno conosciuti, regalano grandi interpretazioni: Mr.Wednsday su tutti, dà carattere a questo dio che cerca di ritornare al suo antico splendore e alla sua antica gloria; Shadow, come nel romanzo, appare sempre disorientato, non capisce nulla di quello che gli sta succedendo intorno e si lascia trascinare come un cucciolo a zonzo per l’America. Laura è uno dei personaggi meglio riusciti: una donna acida, depressa, odiosa ed egoista, che sia nei flashback della sua vita precedente, sia nella sua attuale vita-non-vita da mezza risorta, si mostra come un personaggio estremamente nichilista, disilluso, e nemmeno lei crede alla storiella della redenzione post-mortem, nè crede di poter risolvere da morta quello che da viva aveva sottovalutato e tralasciato. Altro personaggio di spicco è Mad Sweeney, il leprecauno alcolizzato, attaccabrighe, sboccato al servizio di Odino, interpretato da quel colosso di Pablo Schreiber, che tra sfortuna, un passato difficile e una corazza da duro che si è costruito addosso ma che fa acqua da tutte le parti, regala delle pazzesche scene di lotte ma anche momenti di profondo sentimentalismo.

Ma…sì, c’è un ma. La seconda stagione purtroppo non si rivela all’altezza della prima. Nemmeno la prima soddisfa a pieno in realtà: finisce proprio dove dovrebbe iniziare, presentandosi quasi come un lunghissimo episodio pilota della seconda stagione. Colpisce per gli effetti visivi, ma a volte anche in senso negativo, come in alcune scene tremendamente splatter ed evitabili. Il finale lascia il pubblico un po’ troppo sospeso, senza nulla su cui appoggiarsi. Un finale volutamente aperto, ma che più che lasciare uno spiraglio di attesa e ansia per le avventure successive, lascia una voragine difficile, come vedremo, da colmare.

La seconda stagione cerca di allacciarsi dove la prima era terminata, ma a causa dell’abbandono del set di alcuni personaggi centrali, come Media e Ostara, e soprattutto degli sviluppatori della serie Bryan Fuller e Michael Green – che in seguito a un drastico ridimensionamento del budget hanno deciso di levare le tende – la connessione perde di fluidità, e i tentativi di tappare i buchi lasciati dalle due attrici risultano maldestri e frettolosi. La seconda stagione stenta a decollare, perdendosi in sottotrame non indispensabili, lasciando Shadow e Wednesday troppo in disparte per lasciar spazio anche ad altri personaggi, perdendo di vista quello che era il punto focale della prima stagione: la guerra tra dei. La regia e la sceneggiatura si indeboliscono notevolmente anche se con delle eccezioni, come la scena del carosello, speculare a quella del libro e altrettanto grandiosa, i molteplici monologhi di Anansi e la puntata dedicata quasi interamente a Mad Sweeney.

Nel frattempo, la terza stagione è già stata confermata ed è in fase di lavorazione. Ci poniamo in attesa di nuovi episodi con un atto di fede, dato che in fin dei conti è di questo che si tratta, no?

Sono nata a Chioggia, negli anfratti della Laguna Veneta. Studio Filosofia all'Università di Padova. Attualmente vivo in Germania per il mio anno in Erasmus all'Università di Tubinga. Amo viaggiare, amo l'arte e la letteratura, il buon cibo, i cani e soprattutto amo il cinema e il teatro. Qui su Cogito cerco di raccontarvi il meglio di queste due arti meravigliose.