Werk ohne Author (titolo originale del film) è l’ultimo film del regista Florian Henkel von Donnersmarck, vincitore del premio Oscar per il miglior film straniero nel 2007 per Le vite degli altri ma forse più famoso per il suo “indimenticabile” The Tourist. Opera senza autore è stato presentato in concorso alla 75° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, dove ha riscosso un lungo applauso dal pubblico e uno molto incerto dai critici. Passato silenziosamente nelle sale italiane (il film è stato distribuito a partire dal 4 ottobre), ora torna a suscitare interesse per la sua candidatura come miglior film straniero ai Golden Globe, sotto il titolo internazionale Never look away.
Werk ohne Author racconta la storia di Kurt Barnert, dall’infanzia all’età adulta e della sua carriera di pittore. Il film inizia all’alba della Seconda Guerra Mondiale, nella Dresda nazista del 1938: Kurt assieme alla geniale zia Elisabeth amante dell’arte (Saskia Rosendahl) visitano la “mostra di arte degenerata” e una guida nazista spiega l’assurdità e l’orrore delle avanguardie e delle opere di Kandinskij e Rothko. L’amata zia, per questa sua vena artistica e geniale e, sotto sotto, per una reale schizofrenia, viene portata in un centro psichiatrico, dichiarata pazza e condannata a morte via gas dal ginecologo fieramente nazista e protettore della razza, il dottor Carl Seeband, interpretato da un severissimo Sebastian Koch. Non c’è spazio per l’arte e la creatività nei totalitarismi. Questa vicenda segnerà profondamente il destino di Kurt e l’amore per la zia rimarrà un punto focale per la sua vita e per la sua carriera.

Dopo una lunga sequenza di bombardamenti, da cui Kurt esce indenne, il film fa un salto avanti: una ventina d’anni dopo il giovane Kurt, interpretato ora da Tom Schilling, si iscrive all’Accademia di Belle Arti, dove cubismo e impressionismo sono banditi per far spazio al realismo socialista della Germania dell’Est. Qui incontra la donna e la musa della sua vita, Ellie (Paula Beer), studentessa di moda della stessa Accademia. Tra i due nasce una profonda relazione d’amore ma viene continuamente ostacolata dal padre di lei, che è proprio il ginecologo che ha condannato la zia di Kurt ma di cui lui era troppo piccolo per avere ricordi precisi. Kurt rappresenta tutto quello che nell’uomo c’è di sbagliato, tutte quelle pulsioni che non dovrebbero mai intaccare la pura razza ariana e, non da ultimo, un potenziale portatore di una grave malattia ereditaria. Una relazione da cancellare dalla faccia della terra.
Gli anni continuano a passare, la coppia ormai sposata di Kurt e Ellie decide di spostarsi a Ovest, a Düsseldorf, dove l’arte gode di più libertà ed entrambi possono ambire a diventare qualcuno. All’Accademia d’arte di Düsseldorf si respira un po’ di più, i giovani artisti cercano di trovare la loro strada e creare la loro rivoluzione artistica. Solo Kurt però sarà in grado di riportare in vita l’Arte vera e propria, ritraendo e poi sfocando le foto di giornali e foto tessere ricordi della sua infanzia, arrivando a far combaciare tutti i tasselli del suo passato.

Werk ohne Author è un’opera mastodontica della durata di ben 188 minuti. Tre ore scorrono comunque in modo tranquillo e piacevole, essendo il film per lo più strutturato come una serie di episodi da guardare in binge watching. Inoltre è ben sostenuto dalla recitazione dei protagonisti, sebbene nessuno regali interpretazioni memorabili. Come sostengono quelli del Cinematografo: Opera senza autore «è un film davvero tedesco, nella percezione comune del termine, ovvero funzionale ma non elegante, solido ma mai sorprendente, onesto e al più rigoroso». La storia è liberamente ispirata alla vita del pittore tedesco Gerhard Richter, ricostruita attraverso le pagine di Ein Maler aus Deutschland. Gerhard Richter. Das Drama einer Familie del giornalista Jürgen Schreiber.
Le vicende storiche e politiche della Germania nazista prima e della Guerra Fredda poi vengono affrontate in modo abbastanza marginale, rimangono sempre sullo sfondo, ma manca quell’indagine coraggiosa che aveva caratterizzato lo studio della Repubblica democratica tedesca in Das Leben der Anderen. Molti temi scottanti, la sterilizzazione e l’aborto su tutti, vengono lasciati scorrere con un po’ troppa leggerezza, impedendo alla pellicola di raggiungere la profondità e l’audacia che ci si aspetterebbero da von Donnersmarck. Anche la storia d’amore, nell’ultima ora, scivola via dalla narrazione, pur regalandoci alcuni momenti di grande intensità e commozione.
Werk ohne Author è un film che più di sceneggiatura e realismo storico vive di immagini, di poeticità e di percezioni. La storia centrale rimane quella dell’Arte: dipinti e sculture di varie epoche, stili e tendenze differenti, scorrono davanti allo sguardo dello spettatore dall’inizio alla fine della pellicola, dall’ “arte degenerata”, al realismo sociale, alle ultime avanguardie, ai volti trasfigurati e all’astrattismo di Richter. Un viaggio nella storia dell’arte tedesca ma che tende all’universale, un film che parte dal realismo crudo della guerra e arriva all’astrazione più alta dell’unione dell’artista col cosmo intero. L’arte è l’unica salvezza dell’uomo distrutto dopo la guerra, la prima pietra per la ricostruzione di un nuovo mondo, l’unico sguardo che permette di vedere davvero, di vedere la verità dell’esistenza e la zia Elisabeth, col suo monito a non distogliere mai lo sguardo dalla verità, ce lo ricorda fin dall’inizio: «quando una cosa è vera è bella».