Di recente il cinema indie amaricano ha rappresentato quasi sempre una solida base di lancio per i giovani registi che muovono i loro primi passi nel mondo del filmmaking. Tra questi, vi è senza dubbio il nome di Destin Daniel Cretton, che già da uno dei suoi primi lavori – Short Term 12 (2013) – aveva destato l’interesse di critica e pubblico. Ecco perché la sua prima importante produzione, con una cast di primissimo livello e una solidissima sceneggiatura non originale – ovvero gli elementi de Il castello di vetro dal 6 dicembre nella sale italiane – è una delle uscite più interessanti dell’anno.
Infatti, l’omonimo best seller autobiografico della giornalista Jeannette Walls (del 2005) – interpretata da Brie Larson (premio Oscar alla miglior attrice protagonista) – forniva delle fondamenta robuste all’intimo racconto di formazione su cui poter edificare una narrazione dinamica, coinvolgente e ricca di spunti di riflessioni. Ma la regia di Cretton è (quasi) spaventata dal potenziale empatico della storia, imbalsamata in un faticoso stravolgimento della linea temporale della narrazione: frammentata da flashback e riprese ossessive. Questo, dilunga la sceneggiatura in sequenze diegeticamente inutili – sconfinando le due ore di registrazione – e sgonfia gli spunti di riflessione che offre la storia della Walls – molto spesso le battute chirurgicamente metaforiche perdono di ritmo e intensità, inserite, come sono, quasi senza attenzione. Paradossalmente, invero, la regia di Cretton se da un lato è troppo accorta e manchevole di coraggio e audacia, dall’altro introduce questi elementi proprio dove non servirebbe.

Tuttavia, Il castello di vetro sopravvive grazie alle interpretazioni credibili, intense e istrioniche del suo cast. Su tutti, Woody Harrelson – padre di Jeannette – riempie un personaggio esattamente a metà tra la voglia di sognare e la voglia di realtà, nascondendo entrambe nell’oscurità ammaliante dell’alcolismo. Se forse l’istrionicità eccede in qualche momento, è altresì vero che Harrelson si conferma un attore straordinariamente dotato, sia dal punto di vista mimico, sia da quello spaziale: riempie sempre la scena, dota le parole di una corporeità virulenta, rivelando perfettamente la sincerità cruda dell’animo del personaggio. Accanto, Naomi Watts (la moglie Rose Mary) e Brie Larson non sono da meno. Se con la prima il duetto è silenzioso, e risolto nell’energia di qualche scena – la Watts, un po’ come Claire Foy nel recente First Man, applica una recitazione solo apparentemente dismessa e intermittente, scomparendo nel suo ruolo -, con la seconda si dimostra il vero motore narrativo della pellicola. Un dialogo struggente e irrisolto fino all’ultimo, che ribadisce le doti della Larson – che incarna sinceramente un dolore sconnesso e combatutto – , ma che sottolinea ancor più quelle dell’undicenne Ella Anderson.

Senza dubbio, a parziale assoluzione di Cretton il materiale tematico del film è completamente diverso dai suoi precedenti. Ma la sua camera resta sempre troppo incerta. Poco dinamica e troppo convenzionale nell’immortalare una famiglia disfunzionale e uno dei suoi piccoli pilastri: il legame tra un padre e una figlia: Che riesce quasi a distogliere lo spettatore dalla confusione sul piano narrativo, dovuto all’intenzione di riempire fin troppo il film. Scelta che per lunghi tratti lega la pellicola, falsando il ritornello della colonna sonora: don’t fence me in (trad: non rinchiudermi).
In una delle ultime battute Harrelson dice alla figlia: «Sei una Walls, sei nata per cambiare il mondo, non per fare altro rumore». Quando però scorrono i titoli di coda, se si abbonda la sala ebbri dell’intensità dell’ultima scena tra Jeannette e il padre Rex, si è al contempo consapevoli dell’incredibile occasione perduta da Cretton di rendere la pregevole prova di tutto il cast, e il coraggio della stessa Jeannette autentico, lasciando così del semplice rumore in un’avventura che era potenzialmente memorabile.