16«860mila e uno, 860mila e due, 860mila e tre! Venduto!». Queste probabilmente le parole utilizzate dal battitore d’asta dopo aver venduto “La bambina col palloncino”, opera del celebre street artist Banksy. Ma poi la sorpresa: la tela si è autodistrutta sotto gli occhi increduli del pubblico. Banksy colpisce ancora! Ebbene sì: è stato lui stesso, come preciserà in seguito, ad aver installato alcuni anni prima nella cornice del quadro un marchingegno simile al tritacarte e, una volta che l’opera è stata battuta all’asta, ha azionato il dispositivo creando un generale disorientamento. Una performance del tutto inattesa che ha addirittura fatto aumentare il prezzo precedentemente stabilito.
Per spiegare il significato dell’accaduto, Banksy cita Picasso attraverso la frase «Ogni desiderio di distruzione è anche un desiderio di creazione!». Ma questa è una delucidazione che lascia il tempo che trova, e quindi non resta che appellarsi alla libera interpretazione, ma non prima di aver fatto un excursus sull’autore e l’opera in questione.

Banksy, street artist irriverente ed anticonvenzionale, comincia ad “imbrattare” con i suoi murales la scena inglese attraverso la tecnica dello stencil, trattando in modo satirico temi politici, sociali, culturali ed etici. Ha sempre operato in forma anonima. Tutt’oggi non si sa molto di lui, tranne che si oppone alla commercializzazione dei suoi lavori, alcuni dei quali occupano centimetri di pelle di persone che sfoggiano tatuaggi ispirati alle sue opere ma di cui spesso ignorano il significato più profondo.
“La bambina col palloncino” nasce dalla necessità di comunicare un messaggio di speranza per tutte le vittime della guerra in Siria, che miete soprattutto infanti. Un lavoro tanto delicato nei tratti quanto d’impatto nel significato! Quindi che messaggio vuole lasciare l’artista con questa burla provocatoria? Forse che l’umanità ha fallito, che non c’è più speranza di fronte ai bambini che muoiono per giochi di potere e denaro. Il denaro può comprare cose materiali, ma non la fede, non la speranza, né il tempo che è stato sottratto così prematuramente a degli innocenti. O magari vuole dire che non sono i soldi battuti a un’asta per comprare un quadro a risolvere la situazione. Quella stessa gente che cerca di accaparrarsi un feticcio per nutrire la propria vanità potrebbe risultare più utile se spendesse le proprie risorse in ambito umanitario.

Questo spiegherebbe perché Banksy preferisce che le proprie opere siano esposte per strada e non nei musei: per strada può raggiungere un target più vasto, sia per quantità che per diversità, e così si può fare davvero qualcosa forse, perché l’unione fa la forza e ognuno può dare un contributo, mentre i musei sono costituiti per lo più da acquirenti narcisisti, che fanno a gara per sfoggiare i loro averi. E il fatto che prediliga l’anonimato fa capire che lui della fama non se ne fa nulla, che non è l’apparenza che conta, ma la sostanza, fare la differenza. E di conseguenza crea una scissione tra il suo pubblico: ci sono quelli che vogliono essere e quelli che vogliono avere. Si arriva così al cuore della problematica che aveva proposto anni addietro Erich Fromm nel suo libro “Avere o essere”. Ma non sapremo mai cosa intendesse davvero. Ai posteri l’ardua sentenza.